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Come fare il 1° Marzo 2014

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Ghetto out, Ghetto in, Ghetto off! Vecchi e nuovi conflitti di Capitanata

venerdì 30 maggio 2014

Uno sguardo trasversale


Restare per cambiare, cambiare per restare”.
Motto originario di ART VILLAGE -San Severo


Si ritorna a parlare del Ghetto di Rignano Garganico, in provincia di Foggia, emblema della schiavitù moderna made in Italy, almeno quattro lustri di tratta degli schiavi!
Scandalizzarsene? E perché mai? Dopo Auschwitz tutto è possibile.
Questo “regno dell’illegalità”, come l’ha definito l’assessore alle politiche giovanili, alla trasparenza, alla legalità e all’immigrazione della Regione Puglia, Guglielmo Minervini, alla riunione tenutasi alla Prefettura di Foggia il 13 maggio scorso con alcuni “presunti” delegati del Ghetto, i sindacati e il mondo associazionistico, non è un’eccezione alla regola né qui in Capitanata, né nel resto della penisola, né altrove. Dunque, nemmeno possiamo meravigliarci se la Regione Puglia abbia deciso di smantellarlo definitivamente, secondo quanto definito nel “piano di azione sperimentale per un’accoglienza dignitosa e il lavoro regolare dei migranti in agricoltura, Capo free –Ghetto off” deliberato lo scorso 2 aprile (B.U. Puglia 16-04-2014), e se proprio adesso che la task force dell’assessore Minervini è pronta ad agire, e che l’annuale Carovana antimafia di Libera si sia decisa a passare da queste parti, si sollevino rivolte di caporali e/o soggetti definiti tali, che su quel Ghetto hanno fatto la loro fortuna, verso chi l’idea di farlo chiudere aveva cominciato a proporla attivamente già almeno dal settembre 2012 con il progetto “Ghetto Out”: i senegalesi Mbaye Ndaye e Papa Latyr Faye (alias Hervé), insieme a Tonino D’Angelo, responsabile di Art Village di San Severo, e il supporto di Libera, della CGIL-FLAI di Foggia e delle cooperative “Pietra di scarto” e “L’Albero di pane”. Né, ci deve minimamente stupire se (e non bisogna avere paura di dire che) la Regione, dopo tanti anni di assenza o di inerte presenza in materia di immigrazione nella Provincia di Foggia, si trovi oggi costretta a dover trattare non proprio con la collettività varia ed eterogenea che popola il Ghetto di Rignano Garganico ma, appunto, con un grappolo di persone ambigue che si spacciano per suoi delegati sostenendo assurde ragioni a favore del suo mantenimento. Sì, perché le voci che circolano dentro e fuori dal Ghetto descrivono Ibou, Sonia, Abdullah, Alfa, Ibrahim e Ibahim, ossia gli interlocutori principali dell’attuale contrattazione con la Regione, come quel tipo di soggetti attraverso cui si realizzano le pratiche di mediazione tra lavoratori e imprenditori, l’organizzazione e la sistemazione dei migranti nelle baracche fatiscenti, i trasporti da queste ai campi, e quant’altro. Qualcuno li definisce “caporali”, ma questa categoria sembra troppo ristretta, o comunque non adeguata, per esempio, a Ibou e Sonia, che sussultano e si agitano nervosamente a udire tali affermazioni. Ibou, quello che ha pubblicamente negato le aggressioni del 30 aprile contro due giovani africani di Casa Sankara, Moussa e Karim, andati al Ghetto con un furgone a prendere i migranti che volevano partecipare all’assemblea prevista per l’arrivo della Carovana Antimafia; Sonia, la ragazza africana, madre di una bambina, che vive al Ghetto gestendo un emporio, un ristorante e dei posti letto dentro un rudere da circa dieci anni.

Ma se le parole ingannano facilmente, i fatti saranno più persuasivi.
Il 7 maggio 2014, durante la riunione tenutasi al Ghetto con gli stessi attori, in mezzo a quel centinaio di persone -tra africani, esponenti delle varie associazioni e dei sindacati- che circondavano l’équipe di Minervini, diversi soggetti schierati dietro il grande cerchio inveivano e imprecavano contro alcuni esponenti di Casa Sankara e Art Village, impedendo loro di prendere parola. In particolare ringhiavano contro Mbaye, coordinatore di Casa Sankara e principale promotore di “Ghettto out”, ma la loro rabbia si diffondeva apertamente contro chiunque essi confondessero per operatori di Art Village, Casa Sankara, Libera e, insomma, contro la rete umana partecipante a questa rivoluzione nonviolenta che in Capitanata si sta svolgendo almeno da un paio d’anni sotto l’indifferenza dei mass-media e delle istituzioni nazionali. A nessuno che fosse associato a questi gruppi, è stato permesso di prendere parola, compreso al sottoscritto. Ma, bando ai rammarichi, scriviamo appunto per capire il perché di tanta tensione, agitazione, aggressività, violenza, tanto ribollire e tante maldicenze verso chi da anni lavora all’emersione dei casi di schiavitù e le tante e disperate situazioni di illegalità non solo nel Ghetto di Rignano.
Sia Ibou, sia Sonia, durante questa assurda riunione, negavano apertamente che al Ghetto ci siano caporali e si svolgano attività illegali di vario genere (negli ultimi anni si sente parlare dell’aumento della prostituzione, dello spaccio degli stupefacenti e del commercio delle armi legato a clan mafiosi oriundi), e mentre il primo urlava a piena voce che le aggressioni del 30 aprile sono state inventate per mettere in cattiva luce il Ghetto (lui che dice di esserci arrivato solo un anno fa), un gruppo di africani, staccandosi da vari punti della canea generale, si è precipitato contro Mbaye e gliene ha date di santa ragione, tanto che la stessa riunione si è dovuta interrompere, perché tutti sono dovuti intervenire per fermare questo eccesso di follia. Un episodio che non ha avuto molta risonanza nei commenti del giorno dopo, sebbene Art Village e Libera abbiano pubblicato la sera stessa un appello di solidarietà per Mabye, come avevano fatto per le aggressioni di Moussa e Karim. Come dire, tutto bene quel che finisce male! Ma che si voglia tacere su questa ennesima aggressione è comprensibile, perché chi lavora da tanto tempo in queste situazioni, sa quanto è facile trovarsi in pericolo e tende, ora che la Regione si è decisa a intervenire, a valorizzare ciò che di positivo si può trovare. E se ne trova, è vero!

Infatti, il 13 maggio, alla Prefettura di Foggia, le cose sono andate decisamente meglio e, bisogna dirlo, proprio grazie all’assessore Minervini, alle sue capacità diplomatiche e maieutiche, pur entro i limiti evidenti circa la conoscenza della pluralità delle problematiche connesse al Ghetto che ha potuto però approfondire grazie alla mediazione della rete già esistente. La fantomatica delegazione del Ghetto, i cinque che giorno 7 avevano lasciato i nomi a Minervini (più uno auto-invitatosi, e non vi diciamo chi!), hanno cominciato a ritrattare le proprie affermazioni, nel coinvolgimento emotivo prodotto da questa tavola rotonda speciale divisa in due: da una parte, i rappresentanti della CGIL-FLAI di Foggia e della rete associazionista che sostengono la rivoluzione sankariana, dall’altra i rappresentanti di CISL, ANOLF e il padre scalibriniano Arcangelo Maira -migrante anche lui in un certo senso, essendo nato in Sicilia e cresciuto in Svizzera- che opera nel Ghetto da qualche anno con il progetto “Io ci sto”, diventato in seguito “Ghetto vivibile”.
In questa vera e propria esperienza di dialogo - che cerca di mettere in pratica i principi della risoluzione nonviolenta dei conflitti pur condizionata dall’assenza di interpreti-, Sonia arriva anche a chiedere “scusa della violenza” scatenatasi alla riunione scorsa e, sotto la pressione maieutica di Minervini, che chiede ai ragazzi del Ghetto di non esprimersi “in questa sede” in nome della collettività ma solo “a titolo personale”, finisce per ammettere di svolgere lei stessa “attività illegale”. Una vera e propria confessione, carica di un’emotività indescrivibile, da fissare nel tempo perché il suo significato rischia rimanere indecifrato nell’insieme degli sviluppi e dei tanti colpi di scena di questa nuova riunione. Fondamentale rivelazione poiché, tra gli obiettivi principali di Minervini, in armonia con i desideri del movimento di liberazione costituito da Casa Sankara, Libera, Art Village e CGIL-FLAI, c’è quello di garantire per “ciascuno” un passaggio “quanto più sereno” dalla condizione di schiavitù a quella di un ordinario essere umano, con carte in regola per lavorare e garantirsi un futuro, un percorso di legalità molto diverso da un mero discorso assistenzialistico.

Come si sarà compreso, la problematica principale del Ghetto di Rignano oggi si gioca su una pluralità di aspetti difficilmente sintetizzabili: da una parte l’esigenza di rompere, in un punto preciso, questa lunga catena che tiene legati migliaia di esseri umani a una condizione di schiavitù da almeno un ventennio, “spezzare l’anello”, come dice Minervini stesso, di questo sistema organizzato di illegalità che soggioga anche psicologicamente le vittime ai loro carnefici, ossia i datori di lavoro e i caporali, questi ultimi essi stessi vittime e carnefici; da cui, la necessaria pianificazione per la transizione dalla condizione di illegalità a quella di legalità per centinaia di migranti, almeno 1000. (Ma, appunto, con procedure andranno a garantire la buona riuscita di tale transizione?) Dall’altra parte, una pluralità di visioni e di concezioni, una problematica di diversità di approcci e modi, di mentalità e, al limite, di etiche, da parte dei vari attori sociali coinvolti in questa avventura: laicismo e religiosità, la dicotomia principale alla base di due concezioni diverse del mondo e dell’esistenza, cittadinanza attiva e carità, autodeterminazione e assistenza, denotanti due modi diversi di concepire la reciprocità e l’Altro; politica dal basso e politica dall’alto, volontariato e lavoro retribuito, lavoro regolare e lavoro in nero, legalità e illegalità.

Ma, appunto, in che modo questa pluralità si organizza intorno all’obiettivo di smantellare il Ghetto di Rignano entro il primo luglio, come prevede di fare la Regione? E non ci sono forse altri obiettivi? Ci sono e sono consequenziali a questa prima tappa? Oppure ci sono e sono le consequenziali perché pre-esistono ad essa?
Niente è chiaro e non è semplice oggi fare il punto sui conflitti emersi nelle ultime due settimane e quelli che possono ancora emergere intorno alla questione del Ghetto di Rignano. Se non altro perché questa faccenda non riguarda solo i migranti che lo occupano ogni anno, ma anche il mondo associazionistico, cioè operatori, laici e credenti, anch’essi incatenati a una forma di schiavitù, quella derivante dalla loro scelta, gli uni sopraffatti dal desiderio di autodeterminazione, gli altri dal bisogno di carità, tutti divisi tra l’imbarazzante e difficilissimo lavoro dal basso e le direttive provenienti dall’alto, sovente mascherate con abusi di termini come “partecipazione”, ad esempio. E senza contare la lacerazione interiore che in ciascuno di questi operatori e attivisti (specie in quelli con più anni di formazione e di esperienza) genera la consapevolezza che su entrambi i fronti, verso le istituzioni quanto verso le persone, si sia laici o credenti, occorre un lavoro di contrattazione il quale, com’è risaputo, è solo una fase temporanea di un lungo processo, e non si può mai essere sicuri che termini in una pacificazione, anche quando è bene organizzata - figuriamoci quando non lo è! A maggior ragione se il conflitto con cui si ha a che fare in questo territorio è profondo, cioè da emergenza sociale subentrata un giorno indefinito nel passato si è fatto costume, mentalità, abitudine, tradizione, passiva consuetudine, inerte presente senza memoria, senza identità.

E’ in rapporto a questo passato rimosso, violento e contraddittorio, evoluzione di dissidi sociali ed esistenziali mai mediati, scontri sommersi mai analizzati, che si muovono le nostre prime interrogazioni.
Perché la Regione ha preso solo ora questa nobile decisione di smantellare il Ghetto di Rignano? Non poteva farlo quindici anni fa? Dieci anni fa? Cinque anni fa?
No, non poteva. Quindici anni fa le istituzioni non sapevano o facevano finta di non sapere, e chi sapeva e voleva fare qualcosa per rimediarvi, non era ascoltato. Dieci anni fa, se sapevano, non potevano ancora far finta di non sapere. Nel 2006, a seguito dell’inchiesta “Io schiavo” di Fabrizio Gatti sullo schiavismo nelle campagne della provincia di Foggia, la Regione oramai sapeva tutto e non possiamo credere che non avesse gli strumenti, le capacità e i soldi per provvedervi. Questa inchiesta però sintetizzava una storia collettiva risalente ad almeno un decennio prima, una storia di omicidi e sparizioni di persone dovuti ai conflitti tra caporali e lavoratori.

L’attivista ivoriano Lassina Coulibaly, deceduto due mesi fa, aveva cominciato almeno dalla seconda metà degli anni ’90 a sensibilizzare l’opinione pubblica circa la presenza dei vari Ghetti intorno a Foggia e in particolare di quello di Rignano. L’uccisione di Hiso Telaray, il giovane albanese ventiduenne che osò ribellarsi al suo caporale e a cui Libera ha dedicato una delle prime annate di vino autoprodotto nelle terre confiscate alla mafia, risale a quindici anni fa (1999). Tantissimi casi, e anche tante denunce nel corso degli anni, non sono servite a far smuovere né i governi locali né quelli nazionali.
Soltanto nel 2007, se dobbiamo essere giusti, quando lo stesso giornalista scrive una nuova inchiesta per evidenziare l’inerzia delle istituzioni, solo allora la Regione si decide a inaugurare tre miseri alberghi diffusi, con non più di 100 posti letto in totale ed esclusivamente per braccianti stagionali con permesso di soggiorno, nell’intera provincia di Foggia considerata all’unanimità la provincia più marcata dal fenomeno dello schiavismo legato all’agricoltura, a causa della sua estensione e della sua fisionomia geo-economica (si vedano al riguardo anche gli ultimi dossier statistici sull’immigrazione). Il Ghetto di Rignano era ancora un capitolo lontano.

Si capirà dunque perché, sebbene speranzosi verso le promesse e gli ottimi propositi della Regione, non possiamo esimerci dal ricordare quanto abbia intensificato i conflitti, non soltanto al Ghetto di Rignano, la sua assenza o la sua poca presenza fino ad oggi. E senza tacere del fatto che uno di questi alberghi diffusi, esattamente quello dell’agro di San Severo, il più vicino al Ghetto di Rignano che oggi ospita Casa Sankara, è stato attivato soltanto nel luglio 2013, cioè 6 anni dopo l’inaugurazione, evidentemente sotto la pressione dell’iniziativa rivoluzionaria “Ghetto Out” e grazie alla posizione radicale assunta proprio dall’attuale coordinatore di casa Sankara, Mbaye, nei confronti della situazione del Ghetto di Rignano.

A noi sembra appunto che è partendo dalla storia di quest’ultimo che riusciremo a capire qualche cosa di ciò che sta succedendo intorno al Ghetto di Rignano, oggi. Dai verbali riguardanti le tristi vicende del 30 aprile, infatti, risulta che gli aggressori stavano cercando un’ “altra persona” ma nessuno spiega chi è questa persona. Dopo dieci giorni di ricerca, abbiamo capito che questa persona è Mbaye. Perché? Perché è lui il principale animatore di questa rivoluzione sommersa e di lotta attiva interna alla comunità degli africani contro ogni progetto tendente a voler conservare il Ghetto; perché è lui che dopo un mese di vita nel Ghetto, ha girato un video di denuncia e ha lavorato assiduamente per ospitare ad Art Village , il 7 ottobre 2012, l’“Assemblea dei migranti del territorio, con 250 africani di varia provenienza, con le loro rappresentanze etniche; ed è sempre lui che ha trattato con diversi caporali del Ghetto la possibilità di uscire dalla loro condizione di illegalità, trasformandosi così nel principale bersaglio di chi non ha interesse a smantellare il Ghetto, o meglio, ha interesse più che altro a mantenerlo. È lui il mediatore principale, anche se non ufficialmente riconosciuto, tra quel pezzo di comunità africano-foggiana ruotante intorno al Ghetto e la rete associazionistica e istituzionale che spinge verso lo smantellamento. E noi certo non faremo oggi lo stesso sbaglio che abbiamo fatto ieri con Lassina Coulibaly, di fare gli indifferenti verso le proposte e i gesti di chi, conoscendo meglio la propria comunità di appartenenza, ci può più facilmente orientare nella risoluzione dei suoi problemi e dei suoi conflitti interni, ma al contempo può diventare altrettanto facilmente vittima non solo dei caporali e del mondo della malavita organizzata, ma anche di giochi politici istituzionali.

Mbaye è un giovane senegalese arrivato in Italia non molti anni fa, nel 2007. Le sue tappe sulla penisola sono state brevi e rapide, come le sue scelte, si direbbe. Primi sei mesi a Milano e poi via verso il sud. Manfredonia, sei mesi; Foggia, tre anni; infine, San Severo. Perché San Severo? Per una mera questione finanziaria. A San Severo gli affitti costano meno (non è uno slogan, ovviamente). Mbaye è passato per l’itinerario tipico di un venditore ambulante senegalese immigrato in Italia: con il conflitto interiore tra vivere nell’illegalità o tentare di passare nella legalità. Alla fine del 2011, arrestano un suo connazionale per vendita di prodotti contraffatti, 12 anni di reclusione per la sua recidività. Mbaye si guarda allo specchio e si dice: “Ho una famiglia, ho delle responsabilità, non posso mandare all’aria tutto questo per dei CD contraffatti”. Il ragionamento, veramente, è più complesso: “Quando un senegalese arriva in Italia comincia con i CD. Lo acchiappano due tre volte e poi non è più libero, perché entra nella macchina giudiziaria. Il CD, inoltre, non può più dargli ciò che gli dava prima. E lui è costretto a restare nel paese che lo ospita più a lungo di quel che programmava. Allora comincia lo stress … e le tentazioni. Molte persone che in Africa non toccavano alcool, ad esempio, sono diventati alcolisti.”
Mbaye è musulmano e vuole di vivere e agire secondo i principi del Corano. Vive cercando di dare senso alla sua vita e a quella degli altri. Ma la sua sorte, come quella di ciascuno, non è governata esclusivamente da lui. Anche lui passa per un avvocato che gli promette permesso di soggiorno e lavoro, derubandolo di 7000 euro. Mbaye riflette a posteriori: “Lo Stato mi ha rubato i soldi. Non è giusto. Un cittadino ha diritto di essere ospite in un paese e quindi di avere il permesso senza pagare.” Mbaye non ha ancora messo a fuoco la faccenda e il caso vuole che un’amica gli faccia il nome di Art Village e di Tonino D’Angelo. Ora la nostra problematica sarebbe già più chiara, se sapessimo che cosa Art Village stava costruendo e aveva costruito in materia di integrazione e lotta allo sfruttamento al momento dell’incontro con Mbaye.

In effetti, con questo incontro si stabilisce sin da subito una relazione che va al di là del mero bisogno di assistenza, anche perché, sebbene Mbaye abbia trovato anche una casa ad Art Village, lui non è proprio quel tipo di persona che si lascia assistere. La prima prova della sua volontà di essere rispettato in questa società di aguzzini, bianchi e neri, con o senza laurea, la dà proprio in rapporto alla questione dell’avvocato. Tonino D’Angelo è là per questo, soprattutto dopo aver aperto una collaborazione assidua con Libera-Foggia, accogliendo nelle strutture di Art Village il presidio permanente dedicato a “Francesco Marcone”. Il loro dialogo è breve: “Se non hai paura, possiamo fare delle denunce” gli dice Tonino. “Io non ho paura”, risponde Mbaye. Ed è così che la storia di questo territorio comincia ad aprirsi in una direzione che forse molti attendono da anni di intraprendere senza riuscirci. Il giorno dopo, Tonino chiama Daniele Calamita della sezione CGIL-FLAI di Foggia e organizza un incontro con Mbaye. Anche questo giovane sindacalista foggiano lo mette subito sull’attenti. Mbaye ricorda: “Ricordo bene le parole di Daniele: dobbiamo agire con intelligenza, perché non sappiamo chi può stare alle spalle dell’avvocato. Gli ho detto che ero pronto a tutto e abbiamo fatto la denuncia.”
Nell’estate del 2012 Mbaye conosce il missionario scalibriniano padre Arcangelo sempre per il tramite di Tonino. Art Village ospita volontari della missione scalibriniana al Ghetto nell’ambito del progetto sopra menzionato “Io ci sto” da cui, come si diceva, nascerà “Ghetto vivibile”. Tonino gli propone di collaborare con padre Arcangelo: “Dobbiamo accompagnarli e nello stesso tempo tu farai la conoscenza del Ghetto”. Mbaye risponde: “Io ci sto!”
Quando arriva al Ghetto, però, resta scandalizzato della situazione che vi trova, l’esperienza che fa chiunque vi arrivi la prima volta. Il progetto dura due mesi. Lui riesce a resistere solo un mese. Sembrerebbe che si stia tirando indietro. Invece si ritira per meditare. Un giorno Tonino lo distoglie dalle sue meditazioni e gli dice: “I tuoi connazionali stanno soffrendo, dobbiamo fare qualcosa per aiutarli”. Allora Mbaye dal suo lungo silenzio pronuncia due parole magiche: “Se per voi aiutare significa portare acqua e bagni chimici in un luogo invivibile, io non ci sto!” Ed aggiunge: “Non aiutiamo le persone portando acqua e bagni chimici in posti orribili come quelli, dobbiamo invece aiutarli a uscirne”. Tonino, che da anni predica e pratica l’autodeterminazione, gli dà ragione o almeno non ha nessuna contro-ragione da opporgli.
Alla fine del progetto “Io ci sto”, viene organizzato un incontro con varie associazioni al centro interculturale Baobab di Foggia. Mbaye chiarisce apertamente la sua posizione. Intanto precisa che non ha niente da rimproverare all’operato di padre Arcangelo. “Lui ha fatto ciò che poteva per aiutare gli altri, ciò che a lui sembra giusto fare”. Per Mbaye, musulmano, il dialogo interreligioso è fondamentale, ma i problemi sono anche di altra natura. Scherzosamente dice: “Anche i volontari del campo ‘Io ci sto’ non ci stavano veramente, perché arrivavano alle 11.00 e andavano via alle 19.00 a dormire in albergo”, certamente non nel Ghetto. Per Mbaye aiutare non significa assistere. Anzi, per lui, di idee sankariane, non si tratta di un problema di assistenza ma di liberazione, ciò che esprime chiaramente la frase di Sankara posta al centro dell’albergo diffuso a lui dedicato: “Lo schiavo che non prende la decisione di lottare per liberarsi, si merita completamente le sue catene.
Dopo la riunione al Baobab, Mbaye, con il seguito di Art Village va al Ghetto a fare un discorso per esprimere apertamente il suo dissenso nei confronti di quella situazione e propone un’assemblea finalizzata a creare una grande associazione di migranti.

Il 7 ottobre 2012, dunque, ad Art Village si materializza l’“Assemblea dei migranti del territorio”, 250 partecipanti provenienti dal Ghetto, una giornata di dialogo organizzato e di convivialità, in cui ogni nazionalità aveva i suoi delegati e i suoi interpreti, prima esperienza del genere in questo territorio.
La questione principale ruotava intorno alla chiusura del Ghetto con la proposta di costruire un percorso di rivendicazione per ottenere 20 ettari di terra della Regione, che circondano l’albergo diffuso che l’anno seguente diventerà Casa Sankara. La discussione ha naturalmente portato alla luce le varie problematiche che il Ghetto chiama in causa, ma soprattutto la questione delle condizioni abitative, la questione dei caporali e delle relazioni criminose con i datori di lavoro corrotti e la rete a questi connessa. Ma, se moltissimi sono stati i consensi e gli applausi all’idea di chiudere il Ghetto e di unirsi per la richiesta di avere quelle terre, pare che le persone che invece non erano d’accordo, da quel giorno hanno cominciato a contrastare la proposta. Alcuni, ricorda Mbaye, insospettiti circa il suo ruolo, dicevano: “Questa persona che non ha fatto nemmeno 4 anni di Italia, come farà a far chiudere il Ghetto?” Nelle discussioni e nei vari momenti di confronto con Mbaye, i caporali dicevano : “Nessuno può far chiudere il Ghetto”. Mbaye rispondeva: “Io lo farò”.
È forse questa sua autodeterminazione così passionale e coraggiosa a esporlo facilmente a malintesi, a sospetti e a intimidazioni? Approfondendo la sua storia, abbiamo capito che Mbaye non ha mai chiuso gli occhi nemmeno nel suo paese. Comunque sia, se consapevolezza abbiamo del valore dell’impegno civile, noi non possiamo fare passare inosservato il dato di fatto che contro di lui oggi ci siano dei caporali ad alzare la voce e, all’occorrenza, le mani. Il seguito dell’operato di Mbaye fino a oggi in questo territorio, non è stato altro che un assiduo lavoro di approfondimento della condizione dei lavoratori migranti sotto i suoi vari aspetti, un lavoro di denuncia ma anche di valorizzazione delle risorse e delle idee positive che Mbaye è capace di individuare non solo fra i migranti ma anche fra quegli italiani che lavorano da anni sul tema dell’immigrazione in questo territorio. “Mi piacciono le persone propositive” tiene a precisare.

Dopo l’incendio di una trentina di baracche nel Ghetto, il 14 novembre 2012, Mbaye, gira con Hervé il filmato “Ghetto out” che mette in risalto la condizione di precarietà delle baracche del Ghetto di Rignano. Nel frattempo, sedici persone sono ospitate presso il Centro “L’Arena” e Art Village. L’occasione è propizia per Art Village anche per ribadire alle istituzioni l’urgenza di attivare la struttura dell’albergo diffuso di San Severo che, ricordiamolo, fu inaugurato nel 2007 e rimasto chiuso fino al 2013. E da questo momento “Ghetto out” comincia a svilupparsi nel progetto che diventerà “Casa Sankara”.
Ma un’altra esperienza è importante sottolineare per comprendere il tutto e il ruolo di Mbaye in questo tutto. Nello stesso mese, Mbaye è invitato dal centro interculturale Baobab a partecipare al Progetto “Ho costruito la mia casa”, finanziato col Fondo Europeo per l’integrazione dei cittadini di Paesi Terzi. L’iniziativa prevedeva una formazione, mediante la peer education, sulla ricerca di una casa, l’obiettivo principale quello di “favorire l’accesso all’alloggio da parte di cittadini stranieri”. Anche in questo caso Mbaye ne tira fuori una delle sue: “Il nome del progetto non coincide con il suo contenuto” e propone apertamente di usare una parte dei soldi destinati alla cancelleria e simili per l’acquisto di legno e paglia per “costruire” una vera casa. La proposta viene accolta. Così, con 6.000 euro viene auto-costruita la prima casa ecologica all’interno dei cortili di Art Village, “La casa contro il caporalato”.
Mbaye ci tiene a precisare i diversi elementi che hanno operato alla materializzazione di questo progetto. “L’idea è nata dall’osservazione delle baracche del Ghetto, dove abbiamo visto calpestata la dignità Nera”. Ma, nei suoi ricordi, un ritaglio particolare è dedicato al “confronto” con Domenico La Marca, il presidente della cooperativa Arcobaleno, tra i responsabili del progetto “Ho costruito una casa”. “Posso dire che abbiamo realizzato questo primo progetto di autocostruzione grazie a lui”, dice Mbaye, facendo di nuovo mostra delle sue capacità di valorizzazione e di riconoscimento. Il seguito potrebbe comprendersi da se stesso, se l’informazione fosse più concentrata su queste esperienze assolutamente all’avanguardia non solo in rapporto a questo territorio.

Il 24 luglio 2013 nasce Casa Sankara, ma il 2013 è anche l’anno della sartoria interculturale, della formazione di chef, agricoltori e artigiani, della costruzione di giardini e orti, della riqualificazione degli spazi interni ed esterni di Art Village e Casa Sankara. Percorsi che nascondono propositi e ideali fantastici: per esempio, dalle risorse finanziarie che riescono a mettere su per la formazione, che si rivolge anche a chi si può permettere di pagare, una cospicua parte è destinata alle persone con problemi più urgenti.
Dall’insieme di tutte queste iniziative e diverse altre prende forma quel progetto e quel movimento che andrà in certa misura a irrobustire anche l’attuale iniziativa della Regione. L’albergo diffuso Casa Sankara è di appena 36 posti (nelle ultime settimane sono stati divisi in due tutti gli appartamenti per ospitare 36 migranti degli ultimi sbarchi da Lampedusa), ma l’urgenza riguarda almeno un minimo di 500 persone da sistemare sia sul piano dell’abitazione sia sul piano della situazione lavorativa. Come abbiamo già accennato, intorno a Casa Sankara ci sono 20 ettari di terra e una palazzina di proprietà della Regione e i nostri protagonisti hanno appunto proposto di usarne due per auto-costruire 90 case in bioedilizia da 5 posti l’una e gli altri 18 per coltivare prodotti agricoli utili all’autosufficienza alimentare.
Questa idea dell’autosufficienza alimentare proviene da un’analisi di mercato in seno alla comunità senegalese che pare sia costretta, per esempio, ad acquistare il loro principale cereale, il “sankhal”, dal mercato cinese quando potrebbero auto-produrlo. Mbaye spiega: “Paghiamo ai cinesi 2,80 euro per 250 grammi di sankhal, quando potremmo acquistarlo direttamente dal Senegal a 0,40 centesimi al chilo”. Il sankhal si produce dal miglio con cui si fa anche il Sougouf e l’Araw, spiega Mbaye, altri due cereali che possono essere prodotti anche per il mercato. Dall’altra parte c’è un’analisi del mercato del pomodoro nella Provincia di Foggia svolta dalla CGIL-FLAI, mercato che i senegalesi, tra i primissimi africani venuti a riempirlo alle condizioni che sappiamo, conoscono bene oggi.
L’idea è semplice, come si vede. E su questa semplice idea sembra che la Regione ci stia riflettendo. A quanto pare hanno capito che è molto meno oneroso realizzare un progetto del genere che spendere un milione di euro all’anno per fare arrivare le cisterne d’acqua e i bagni chimici. Ma l’avranno capito veramente? Si dice che l’ambizioso quanto urgente progetto sia entrato nei tavoli di lavoro della Regione a partire da settembre 2013. Esso pare preveda anche la riqualificazione e il riutilizzo di due palazzine situate proprio all’interno dell’Albergo diffuso, l’una del Consorzio di bonifica e l’altra in capo all’assessorato regionale all’agricoltura della Regione. Ma naturalmente, non ci è dato sapere quando tutto ciò avrà inizio.

E ci si chiederà ora, che ne sarà di tutti quei migranti stagionali che arrivano solo per lavorare? Non spaventiamoci. La questione si era posta già allora e Minervini disse che stavano lavorando a “soluzioni miste”. Oggi una parte di queste soluzioni miste sembra appunto arrivata con il Progetto “Capo free –Ghetto off” che, come si diceva all’inizio, prevede lo smantellamento del Ghetto entro il primo luglio e il trasferimento dei migranti presenti in 5 tendopoli con servizi gestiti dalla protezione civile e dalle associazioni. La pianificazione non è soltanto appunto un modo per sgomberare “il posto più osceno, più inimmaginabile, più incredibile, più inaccettabile della Puglia”, come lo definisce sempre l’assessore nelle sue “cronachette” su Facebook, ma un’operazione che nasconde una precisa strategia nei confronti delle imprese che assumono in nero, le quali da una parte saranno “incentivate” dall’altra “saranno costrette ad assumere in modo legale”. Perché, appunto, come spiega lo stesso Minervini agli pseudo-delegati del Ghetto alla riunione in Prefettura i quali temono ripercussioni verso quella cinquantina di migranti che vi gestiscono attività commerciali non in regola con le norme, “le vere cause di questa schiavitù sono le imprese in primo luogo”.

Al fianco di Mbaye e Tonino, lavora anche Hervé, Ange e centinaia di altre persone di diversa nazionalità coadiuvati dalla compagine di Art Village di cui sono oramai parte integrante. Art Village nasce nel 2009 come centro di accoglienza e di inclusione sociale dell’ASL di Foggia, “dove convergono esperienze di diversi gruppi e associazioni sociali, sanitarie e culturali”. Insignito nel 2012 del premio alla sesta edizione per “Umanizzazione-Buone pratiche in Sanità”, indetto dall’ASL Lecce, e riconosciuto nell’ambito del “Sistema nazionale delle orchestre e dei cori giovanili”, Art Village è un cantiere aperto di arti e mestieri, “una storia che si va costruendo di gruppi umani” per affermare “la cultura e la pratica della legalità” su tutti i livelli. Di ciascun operatore di questo organismo vivente qual è oggi Art Village bisognerebbe raccontare la storia, come dice Tonino, perché ciascuno è protagonista di un percorso specifico che, incrociandosi con i percorsi altrui, ha contribuito quotidianamente alla sua crescita. È a loro tutti che dobbiamo principalmente questa svolta preziosa nella storia delle politiche di inclusione e della lotta contro le ingiustizie nella Provincia di Foggia. In queste pagine, abbiamo concentrato l’attenzione su Mbaye perché, come dicevamo, era lui il bersaglio principale delle aggressioni del 30 aprile, e perché la sua autodeterminazione in un territorio come questo ha spaccato in due un processo che fino a poco tempo fa sembrava irreversibile. Le sue idee e i suoi metodi hanno trovato un terreno fertile nella rete di Art Village connettendosi spontaneamente con le idee e i metodi di una persona come Tonino D’Angelo su cui, pur volendo, non si può tacere, considerata la sua lunga e preziosa esperienza nel territorio.
Tonino D’Angelo, è per professione un medico, ma per carattere, cultura, indole una persona difficilmente categorizzabile. Il suo universo intellettuale, si rispecchia nella fisionomia attuale di Art Village, dove eroi della politica così diversi tra loro come Giuseppe di Vittorio, Don Tonino Bello e Thomas Sankara convivono fantasiosamente con eroi dell’arte come Pasolini e il musicista educatore venezuelano Abreu, cui Tonino D’Angelo si ispira da diversi anni. Appassionato lettore di Aldo Capitini e attento osservatore e animatore della realtà di oggi in una delle province più malate di Italia, ricorda forse più un personaggio come Danilo Dolci, che amava costruire occasioni di partecipazione in cui arte, scienza e politica potessero cooperare per modificare le situazioni di emergenza e smuovere le istituzioni. Ma questa è solo una nostra impressione. Certo è che, prolisso nelle spiegazioni, spartano nell’agire, Tonino D’Angelo è quel tipo di personalità che, impegnato ogni giorno contro le ingiustizie del nostro sistema mediante la riflessione, l’analisi, la denuncia, la contrattazione, quando questi mezzi non funzionano, passa alla praxis adottando le strategie di lotta nonviolenta che la tradizione per fortuna ci ha lasciato. A lui forse dobbiamo un riconoscimento a parte.

Ora, la questione del Ghetto di Rignano sembrerebbe più chiara nella sua inevitabile complessità, almeno per ciò che concerne gli ultimi episodi da cui sono partite le nostre considerazioni. Conflitti nuovi si generano da vecchi conflitti rimasti per anni sommersi e irrisolti. Tuttavia non pochi aspetti restano dubbi su altri livelli della faccenda.
Nel 2012, gli amici del presidio di Libera “Francesco Marcone” e di LiberaAFRICA di Casa Sankara hanno lanciato una proposta di legge che, “ai sensi della normativa vigente in materia di mafia e criminalità organizzata” equipara tutti quegli “imprenditori agricoli che usano manodopera di persone migranti con o senza permesso di soggiorno, reclutandole e utilizzandole tramite il caporalato, ovvero con la ‘mediazione’ di ‘caporali’ sia del territorio che ‘migranti’, a veri e propri “mafiosi” (art 1.), ai quali andrebbe applicata “quanto previsto dalla normativa in materia di confisca e utilizzo dei beni confiscati alle mafie” (art. 2). Inoltre, questa proposta prevede che alle “persone migranti, con o senza permesso di soggiorno, e i lavoratori italiani, che abbiano denunciato la condizione di ‘asservimento’ ai caporali e agli imprenditori di cui all’art.1”, sia data assoluta “precedenza nell’assegnazione dei beni confiscati per il loro utilizzo sociale” e che i “migranti senza permesso di soggiorno che abbiano denunciato quanto di cui agli artt. precedenti, hanno diritto al permesso di soggiorno e all’inserimento in progettualità sociali di cui sopra” (art. 3).
Ma la Regione nel maggio 2013 stipula con l’Aquedotto Pugliese un protocollo di intesa “per la realizzazione di un Assessement Watersanitation negli insediamenti di immigrati impiegati nell’agricoltura stagionale della provincia di Foggia” (allegato C alla “Deliberazione Giunta Regionale 3 maggio 2013, n. 853 - Piano Triennale dell’Immigrazione 2013-2015"), dal quale si evince che, fra le 4 località in cui attivare i punti di prima assistenza igienico-sanitaria previsti per il 2013, insieme a “Cicerone, in agro San Marco in Lamis”, località “Masseria Tre Titoli, in agro di Cerignola” e “Palmori, in agro di Lucera”, è annoverato anche il Ghetto di Rignano, definito “località ‘Il Ghetto’, in agro di San Severo”, come se fosse compreso nel piano delle proprietà pubbliche, mentre il Ghetto al confine tra Foggia, San Severo e Rignano Garganico, sorge su “proprietà privata”. Il che, oltre a farci sorgere il fin troppo lecito dubbio che un’emergenza come quella del Ghetto di Rignano sia stata resa “stabile” nella sua piena illegalità, ci fa riflettere su un altro piccolo dettaglio: come da impegni presi con le Organizzazioni sindacali nel “Contratto Provinciale dei lavoratori agricoli”, non dovrebbero essere gli imprenditori agricoli proprietari di quella terra a provvedere all’acqua per i migranti? Non dovrebbero essere loro “a farsi carico di mettere a disposizione degli stessi il vitto ed un idoneo alloggio per tutta la durata della fase lavorativa e che, qualora sia richiesto, in base al credo religioso prevalente, sia destinato uno spazio al fine di poter adempiere ai loro rituali religiosi”?
Nello stesso protocollo di intesa, inoltre, all’articolo 4 si legge che la Regione, “per il tramite dell’Ufficio immigrazione” e con il supporto del “Genio Civile di Foggia, promuove attività di verifica e di ispezione presso i suddetti siti”. Ma, a oggi, non risulta che siano state effettuate queste verifiche ed ispezioni che avrebbero certamente condotto a un’inchiesta più precisa e probabilmente alla messa in moto della macchina giudiziaria nei confronti dei responsabili delle varie illegalità che si svolgono in quel luogo, diverse volte denunciate dai soggetti che oggi, non volendo più saperne di politiche di assistenza, si battono per l’autodeterminazione. Non possiamo, infatti, proprio dimenticare che oltre 1 milione di euro all’anno sono sprecati per portare acqua, bagni chimici e assistenza sanitaria nel periodo del lavoro stagionale in una proprietà privata che è stata chiamata “Ghetto” proprio per le condizioni di miseria in cui le persone sono costrette a vivere, un “zona franca” ma privata (e qualcuno ci dovrebbe ancora spiegare come ciò sia possibile) dove da sempre si registra una varietà di attività criminali su cui non è mai stata fatta una vera inchiesta, nonostante gli appelli e le denunce della rete costituitasi intorno ad Art Village: affitti di veri e propri ruderi, spaccio di stupefacenti, prostituzione, controllo malavitoso della manodopera, caporalato e sfruttamento schiavistico, che significa anche un mercato multimilionario, evasione fiscale e truffe che danneggiano anche gli imprenditori onesti (voci di corridoio parlano anche di un mercato internazionale di armi tra Foggia e i paesi dell’Est). E per quanto riguarda le condizioni igienico-sanitarie, difficile tacere sul fatto che i bagni chimici, appaltati a una ditta di Ariano Irpino (che si trova dall’altra parte della Provincia di Foggia), vengono ripuliti ogni 48 ore restando pertanto sporchi pressoché tutti i giorni, diventando pericolosi per la sicurezza e la salute non solo dei migranti, perché, intendiamoci, se scappa una epidemia non è difficile che si diffonda oltre il Ghetto considerato il via vai e lo scambio con i vari centri abitati nei dintorni e l’obbligata tratta Ghetto-Foggia (si è già mormorato in passato di un caso di “scabbia”, ad esempio, di cui si è preferito tacere per evitare il panico collettivo); inoltre, macellazione in loco di animali-cadavere di provenienza illecita, rifiuti, ancorché raccolti periodicamente, accumulati in tante piccole discariche a cielo aperto senza alcun reale controllo, diventando fonte di inquinamento e, al limite, di patologie, infine, le cisterne che accolgono l’acqua non risultano sempre pulite e la manutenzione prevista per legge è tutt’altro dall’essere davvero garantita.

In un appello lanciato nel settembre del 2013, i migranti riuniti nell’Associazione "Ghetto out-la voce dei migranti", la Cooperativa sociale “L’Albero del pane”, il Centro di accoglienza della ASL FG “Art Village”, l’Associazione “Libera-Associazioni-nomi e numeri contro le mafie”, la CGIL-FLAI, l’Associazione “Caritas incontro” della diocesi di San Severo, hanno proposto alla Regione, al Prefetto, ai Comuni e ad altri soggetti istituzionali e sociali, un progetto di uscita dal Ghetto e di chiusura dello stesso intitolato “Diritti in campo. Migranti cittadini attivi per la difesa della Costituzione italiana. Dal Ghetto sotto Rignano Garganico all’eco-villaggio multietnico e inclusivo”. Nella proposta si legge in neretto:Basta con l’assistenzialismo, vogliamo auto-produrre, auto-sostentarci, auto-costruire […] Basta con interventi che quietano falsamente le nostre coscienze e derubano chi soffre”. E ancora: “Necessita lottare contro la malavita organizzata e i comitati di affari, incluse istituzioni e soggetti sociali conniventi, pur se in buona fede, complici, […] non si può continuare ad attendere una nuova estate in cui bagnare le nostre coscienze di un’acqua ‘ricca’ di affari e di bagni cosiddetti ‘chimici’ […] che anestetizzano coi loro “odori” […] la nostra falsa coscienza”. Ed infine un lungo trafiletto in neretto e in corsivo: “L’autocostruzione, ora possibile con le persone migranti  già formate dalle organizzazioni suddette, assicura non un eco-villaggio a mera valenza “alberghiera”, bensì una prospettiva sul modello di Riace in Calabria, in cui ci si libera da condizioni di sfruttamento, di illegalità diffusa, con modelli di autoproduzione a valenza inclusiva tra e con persone migranti ei cittadini lavoratori italiani. Ciò eviterà progressivamente le “ondate” di migrazione connesse a fenomeni di ghettizzazione, in presenza degli “anticorpi” legali che si andranno ulteriormente ad insediare nelle campagne con l’eco-villaggio e con modelli economici a kilometro zero. Con i fondi che si sprecano ogni anno per l’acqua e i fantomatici bagni chimici si può cambiare la vita di migliaia di persone, costruire eco-villaggi, rompere con il caporalato, lo sfruttamento, valorizzare la nostra agricoltura e l’indotto!
Fra le altre cose, era stato proposto di far chiudere il Ghetto di Rignano nei periodi invernali proprio per prevenire i problemi che oggi stanno emergendo con la decisione di smantellarlo all’inizio dell’estate, quando il numero di migranti è già notevolmente aumentato.
Ma la Regione nell’aprile del 2014, 6 mesi dopo quell’appello, delibera lo smantellamento del Ghetto e il trasferimento nel numero previsto dei migranti in 5 tendopoli proprio durante l’estate. Perché dunque non provvedere proprio durante la stagione fredda, per un numero ridotto, e considerando le richieste del suddetto appello?
Peraltro, all’inizio si parlava di 3 tendopoli da installare nei luoghi più vicini alle imprese che assumono. Oggi si parla di 5 tendopoli in luoghi ancora de definire in una contrattazione aperta con gli pseudo-delegati del Ghetto che rivendicano una tendopoli vicino Foggia!

Si sarà dunque compreso che la questione del Ghetto di Rignano nella provincia di Foggia, se approfondita, non può non soffermarsi sulle responsabilità delle istituzioni nell’ignorare tanta passione civile dal basso e nell’incentivare invece i disagi con la sua strana pianificazione dall’alto. Che oggi la Regione Puglia voglia smantellare il Ghetto e allestire 5 tendopoli di emergenza, più che farci stupire ci conferma ulteriormente l’ambiguità delle sue propensioni, perché, come è emerso dalla presente ricostruzione, progetti più intelligenti e meno dispendiosi di chiusura del Ghetto e di sviluppo sono stati proposti ancor prima che la Regione si decidesse a pensare e ad agire una soluzione.
Inoltre, non bisogna lasciare credere che la situazione di questo territorio sia così eccezionale rispetto alla situazione nazionale. Senza dubbio, la vastità delle campagne del Tavoliere e la sua superproduzione agricola favoriscono un maggiore concentramento degli schiavi migranti in Capitanata, ma le problematiche concrete della gente e le dinamiche strutturali del contesto socio-istituzionale che cerca di risolverle, sono le medesime che si possono osservare negli altri centri nevralgici della tratta degli schiavi nella penisola. Ovunque le istituzioni italiane, in materia di immigrazione, sono lente nella comprensione dei problemi reali, sono furbe e non fanno mai niente senza un proprio tornaconto. D’altra parte, quando qualche cosa di buono vogliono fare, trovano resistenze di ogni genere nella base sociale a cui le loro buone azioni si rivolgono, perché nessuno si fida di loro. Persone che per tanti anni si sono sentite abbandonate e ingannate (e non parliamo soltanto dei migranti), come potrebbero avere fiducia in loro? Oggi la nostra democrazia è in pericolo non tanto per il passivismo delle popolazioni, come recita il copione dell’ideologo di turno, ma soprattutto perché nella stragrande maggioranza dei casi le richieste dal basso o non sono ascoltate o sono manipolate e strumentalizzate dalle istituzioni, sia a livello locale sia a livello nazionale. Inoltre, i conflitti passano per le persone in carne ed ossa e ciascuna di queste persone è situata in un sistema di relazioni. Alcune finiscono nel sistema della criminalità organizzata che, come si sa, è parte integrante di un sistema mafioso-clientelare più vasto che influenza e interagisce con le istituzioni. Ma, la causa di questa malattia che da sempre inficia la nostra società e le nostre istituzioni, non sta forse proprio nell’incapacità cronica all’interno delle istituzioni di creare le condizioni giuste per combatterla e soprattutto prevenirla?
A noi sembra perlopiù che negli ultimi anni le istituzioni abbiano delegato la società civile e le associazioni a combattere questo cancro. Il ghetto di Rignano Garganico è un crogiuolo di illegalità, ma senza ombra di dubbio, queste illegalità come in ogni dove, sono il riflesso delle relazioni interne alla nostra sovrastruttura istituzionale sempre meno democratica, dei “ghetti” che si formano nelle maglie di questa catena infinita di relazioni marcite a furia di non intervenire con le giuste procedure democratiche. Senza dubbio, fino a quando non si approfondisce l’analisi di questi sistemi di relazioni marce, difficilmente potremmo risolvere vecchi e nuovi conflitti. Nel frattempo, se la Regione Puglia sogna di risolvere i conflitti odierni riguardanti il Ghetto di Rignano con le tendopoli, noi evidentemente, sogniamo che lo smantellamento del Ghetto sia una fase preliminare per gestire con una struttura di assistenza più progredita l’ordinaria emergenza della stagione, a cui seguirà l’immediato start-up del progetto di auto-costruzione e auto-sufficienza che senza dubbio darà un ottimo slancio a questo territorio. Solo in questo modo, evidentemente, si riuscirà a placare il desiderio di liberazione e il sogno rivoluzionario di questo movimento guidato dai principi dell’autodeterminazione e dell’auto-sufficienza, il loro bisogno di riscatto dalle violenze e dalle ingiustizie che subiscono ogni giorno da tanti anni. Solo in questa prospettiva i vecchi conflitti non ne produrranno nuovi. Solo in questo senso ci sembra lecito sognare.


Foggia, 17 maggio 2014



Antonio Fiscarelli


Per approfondimenti:




Fuori dal “Belleville” Trailer , di Francesco Bellizzi 2014:
http://vimeo.com/82623897ghetto”, reportage di Altreconomia 158 (marzo 2014) a cura di Duccio Facchini https://www.youtube.com/watch?v=U_AjVXE2dHw


Candidati che hanno sottoscritto le proposte Primo Marzo per il nuovo parlamento europeo

venerdì 23 maggio 2014

Carissimi/e
Nei giorni scorsi abbiamo presentato ai candidati alle elezioni europee il documento che riportiamo sotto in copia dove erano segnalate le priorità che per la Rete Primo Marzo doveva darsi il Parlamento Europeo in materia d’immigrazione: Ad oggi i candidati che hanno aderito sono:

Per la lista “Un’altra Europa con Tsipras”:

Daniela Padoan Circoscrizione Nord Ovest
Fabio Amato Circoscrizione Centro
Raffaela Bolini Circoscrizione Centro
Antonio Di Luca Circoscrizione Sud
Tommaso Fattori Circoscrizione Centro
Costanza Boccardi Circoscrizione Sud
Lorena Lucattini Circoscrizione Nord Ovest
Rossella Rispoli Circoscrizione Centro
Carlo Salmaso Circoscrizione Nord Est
Mauro Gallegati Circoscrizione Nord Ovest
Anita Giuriato Circoscrizione Nord Ovest
Camilla Seibezzi Circoscrizione Nord Est
Enzo Di Salvatore Circoscrizione Sud
Ivano Marescotti Circoscrizione Nord Est
Nicoletta Dosio Circoscrizione Nord Ovest
Teresa Masciopinto Circoscrizione Sud
Dino Di Palma Circoscrizione Sud
Lorella Zanardo Circoscrizione Centro
Maria Cristina Quintavalla Circoscrizione Nord Est
Annalisa Comuzzi Circoscrizione Nord Est
Domenico Gattuso Circoscrizione Sud
Simona Lobina Circoscrizione Isole
Sandro Medici Circoscrizione Centro
Nazzarena Agostini Circoscrizione Centro
Marco Furfaro Circoscrizione Centro
Edoardo Salzano Circoscrizione Nord Est
Giuliana Sgrena Circoscrizione Nord Ovest
Valeria Parrella Circoscrizione Sud
Stefano Lugli Circoscrizione Nord Est
Isabella Cirelli Circoscrizione Nord Est
Assunta Signorelli Circoscrizione Nord Est
Eleonora Forenza Circoscrizione Sud
Adriano Prosperi Circoscrizione Nord Est

Partito Democratico:

Renata Briano circoscrizione Nord Ovest
Patrizia Toia circoscrizione Nord Ovest
Cécile Kyenge Kashetu circoscrizione Nord Est
Ulteriori adesioni saranno successivamente inserite nel blog del Primo Marzo: http://primomarzo2010.blogspot.it/
Carissima/o,

La Rete Primo Marzo, considerando l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona come un segnale importante per una svolta positiva in tema di diritti umani e in vista delle ormai imminenti elezioni Europee del 2014, intende mobilitare i propri aderenti perché scelgano di dare il proprio voto solo a quei candidati e candidate che intendono, se eletti adoperarsi per ottenere i seguenti risultati:

·         Pari trattamento di tutti i lavoratori migranti e non in Europa firmando e ratificando la Convenzione Onu sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, del 1990.
·         Porre in essere percorsi di regolarizzazione a regime dei migranti che rispettino il diritto fondamentale dell'uomo a stabilire la propria residenza ovunque voglia. Abolizione in tutta Europa dei fallimentari sistemi di detenzione amministrativa (Cie).
·         L’abrogazione del Regolamento Dublino e di tutte le sue successive modifiche. Un’armonizzazione effettiva del diritto di asilo in Europa in modo da garantire uguali diritti e stessa possibilità di inserimento nel territorio.
·         L’apertura di un canale umanitario per il diritto d’asilo europeoattraverso percorsi autorizzati e sicuri di ingresso per chi fugge dalle persecuzioni el’immediata apertura dei confini interni all’Europa che privano migliaia di persone del diritto di scegliere dove arrivare. Uscire dalla logica che ha portato alla creazione della Fortezza Europa e all’esternalizzazione delle frontiere.
·         La necessità del riconoscimento di una cittadinanza europea basata sullo ius soli e il riconoscimento del diritto di voto amministrativo ed europeo.

Comunicheremo attraverso i nostri canali i nomi di coloro che nelle diverse circoscrizioni avranno manifestato una risposta favorevole alle nostre proposte.


Per la Rete Primo Marzo,
Elisa Cesan portavoce nazionale.
17/04/2014

Per adesioni si prega di utilizzare questo indirizzo mail:

Rete Primo Marzo, per i diritti dei Migranti, "Un giorno senza di noi"

giovedì 22 maggio 2014


Carissima/o,

La Rete Primo Marzo, considerando l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona come un segnale importante per una svolta positiva in tema di diritti umani e in vista delle ormai imminenti elezioni Europee del 2014, intende mobilitare i propri aderenti perché scelgano di dare il proprio voto solo a quei candidati e candidate che intendono, se eletti adoperarsi per ottenere i seguenti risultati:

  • Pari trattamento di tutti i lavoratori migranti e non in Europa firmando e ratificando la Convenzione Onu sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, del 1990.
  • Porre in essere percorsi di regolarizzazione a regime dei migranti che rispettino il diritto fondamentale dell'uomo a stabilire la propria residenza ovunque voglia. Abolizione in tutta Europa dei fallimentari sistemi di detenzione amministrativa (Cie).
  • L’abrogazione del Regolamento Dublino e di tutte le sue successive modifiche. Un’armonizzazione effettiva del diritto di asilo in Europa in modo da garantire uguali diritti e stessa possibilità di inserimento nel territorio.
  • L’apertura di un canale umanitario per il diritto d’asilo europeo attraverso percorsi autorizzati e sicuri di ingresso per chi fugge dalle persecuzioni e l’immediata apertura dei confini interni all’Europa che privano migliaia di persone del diritto di scegliere dove arrivare. Uscire dalla logica che ha portato alla creazione della Fortezza Europa e all’esternalizzazione delle frontiere.
  • La necessità del riconoscimento di una cittadinanza europea basata sullo ius soli e il riconoscimento del diritto di voto amministrativo ed europeo.
Comunicheremo attraverso i nostri canali i nomi di coloro che nelle diverse circoscrizioni avranno manifestato una risposta favorevole alle nostre proposte.


Per la Rete Primo Marzo,
Elisa Cesan portavoce nazionale.
17/04/2014

Per adesioni si prega di utilizzare questo indirizzo mail:

stampa.primomarzo@gmail.com

A rischio i diritti dei rifugiati; manca un adeguato piano nazionale di accoglienza.

sabato 29 marzo 2014

La Rete Primo Marzo in riferimento alle inaccettabili misure di accoglienza attuate nei confronti dei 2300 profughi recentemente sbarcati in Italia in linea con Asgi, Arci, Caritas Italiana, Cnca, Fondazione Migrantes chiede al Governo di intervenire per porre fine alla confusione che si sta verificando sulla pelle di donne e uomini a cui viene leso il diritto ad una degna accoglienza.
Chiede che sia lo Sprar ad occuparsi dei profughi, dato anche il suo recente ampliamento, e non le prefetture su mandato del Ministero dell’Interno.
Questa modalità d’ intervento crea confusione e non prevede un coordinamento efficace per rispondere in modo adeguato alla tutela dei profughi.
Chiede che vengano attivati i posti dello Sprar e che cessi l’accoglienza, se così si può chiamare, in strutture alberghiere o altro perché ciò ha dei costi elevati e inutili e rallenta le procedure d’ esame delle domande d’asilo.
Chiede che il Tavolo di Coordinamento Nazionale Asilo apra un confronto con le varie realtà associative e organizzazioni per definire al più presto un piano d’ interevento nazionale.
Riteniamo inopportuno ripetere l’esperienza appena vissuta nella cosiddetta “Emergenza Nord Africa” affrontata in modo poco serio e dignitoso perché riteniamo che un paese civile debba rispettare i diritti e la dignità di ogni essere umano.

Elisa Cesan

Portavoce Rete Primo Marzo

Il Primo Marzo a Genova

mercoledì 5 marzo 2014

Primo marzo 2014, poetry slam dedicato ai "nuovi poeti italiani d'altrove" nella giornata dei diritti dei migranti, Stanza della Poesia, Palazzo Ducale di Genova. Conducono Max Ponte, Roberto Marzano e Bruno Rullo. Vince questo slam Nader Ghazvinizadeh, ma soprattutto ancora una volta vince la poesia  


Il Primo Marzo in tutta Italia

Francesca Materozzi su Corriere delle Migrazioni ci racconta in breve del Primo Marzo in tutta Italia. Una sintesi breve ma efficace delle numerose manifestazioni che hanno caratterizzato questo "bagnato" ma affollato Primo Marzo.

Leggi l'articolo su Corriere delle Migrazioni

Il Primo Marzo a Modena

Quest’anno abbiamo visto la V edizione di “Un giorno senza di noi”, la manifestazione nazionale dei migranti, nata nel 2009 per dimostrare all’Italia l’importanza e il valore dei migranti e delle tante culture che colorano il nostro paese.
A Modena abbiamo affrontato la giornata parlando.
Durante il pomeriggio i partecipanti sono stati coinvolti in un seminario chiamato “Diritto di parola in tutte le lingue del mondo” e il confronto è stato variegato e necessario.
Il tema dalla lingua è vivo in ognuno di noi, ci permette di riconoscerci nella nostra lingua madre, e di metterci in gioco, con una lingua che non conosciamo. Ci permette di comunicare con gli altri, di abbattere muri e barriere.
Aysha (Tunisia) si chiede come mai gli italiani, ma non solo loro, non si dedichino allo studio delle altre lingue e provoca una reazione a catena tra i presenti che cercano risposte nei loro vissuti personali.
Tania (Argentina) racconta di come, da bambina, si capiva con amici provenienti da paesi diversi, perché la comunicazione del corpo e quella dei sentimenti, vince su ogni diversità linguistica.
Il linguaggio del corpo ci introduce alla seconda parte della giornata, una rappresentazione di teatro forum, realizzato dalla compagnia “Teatrindifesi”, durante la quale la platea è stata coinvolta a parlare, recitare e cambiare le scenette teatrali al fine di migliorare le storie che raccontavano.
Cécile Kyenge, presente a questa seconda parte della giornata, è intervenuta diverse volte portando il suo contributo nel cambiamento della scena teatrale.
La rete 1 marzo di Modena ha proposto, inoltre, un banchetto di libri interculturali della cooperativa Sinnos, nata nel 1990 da un laboratorio nel carcere di Rebibbia.
Questa giornata ci da fiducia e non possiamo che essere GRATI a tutti gli immiGrati come a tutte le persone che ci permettono di crescere ogni giorno.
Ricordiamo che il flash mob è stato rinviato a sabato 22 marzo, dalle 10 alle 12 in piazza Torre a Modena.

La rete 1 marzo di Modena

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Il Primo Marzo a Palermo

martedì 4 marzo 2014



Per il quinto anno consecutivo si è “celebrato” il Primo Marzo a Palermo.
Giornata molto intensa in cui il movimento nato dal basso, proprio cinque anni fa, rivendica l’orgoglio di essere migranti.
Per quest’anno non abbiamo organizzato un corteo, ma abbiamo voluto incontrare e far incontrare numerosissimi studenti e giovani che hanno gremito l’aula magna del liceo classico Vittorio Emanuele II.
Giovani e meno giovani, adolescenti e minori stranieri non accompagnati, tanti colori e culture presenti per affermare e ribadire che “l’essere migranti non è e non deve essere una connotazione negativa”, anzi la diversità è solo una ricchezza!
A Palermo siamo partiti facendo memoria della strage del 3 ottobre, in cui morirono uccise da leggi ingiuste e razziste 368 PERSONE, 368 cittadini di questo mondo, 368 nostri fratelli, 368 nostri figli.
Yohaness Gebremesklel membro della neonata Associazione che riunisce i familiari delle vittime della strage, ci ha fatto rivivere dal suo racconto l’atrocità di quelle ore, ma soprattutto denunciato il grave immobilismo delle autorità competenti, che oggi dopo 5 mesi dalla strage ancora non ha dato risposte adeguate alle mamme o ai fratelli che aspettano di avere la possibilità di “piangere” il proprio parente morto a pochi metri dal nostro naso. Yohaness ha confermato che il comitato spingerà per creare un data base (tramite DNA) per avere il diritto di identificare i propri cari.

E’ stata l’occasione per dire ai ragazzi presenti che è importante che “scendano” in campo contro ogni forma di discriminazione e di razzismo, di lottare contro i pregiudizi e le intolleranze che rendono una società più povera.
Una società che oggi ha gravi problemi di accoglienza, in cui la diversità sembra un aggravante e non una ricchezza, e che si basa soltanto sul potere economico, sulla capacità di dare un ritorno in soldi al sistema che controlla gli “ingressi”; oggi un euro vale molto di più di un bambino!

I relatori intervenuti hanno sottolineato che migrare è un diritto e non si possono continuare ad erigere muri che hanno soltanto il risultato di creare difficoltà a chi non ha la possibilità di “pagare” per un visto; migrare è un diritto di ogni uomo, il mondo non è dell’occidente o meglio di un sistema occidentale che ha creato disgragazione e morte.

La terra è un arcobaleno di culture, di colori, di tradizioni e per vivere dignitosamente, dobbiamo aprire le menti e andare in contro all’altro diverso da noi, per questo motivo la dottoressa Monti ha detto chiaramente che è il momento di sostituire il termine integrazione con INTERAZIONE, perché proprio dall’incontro con l’altro nasce una società più giusta, che mantenga il diritto alla diversità……….come diceva don Tonino Bello la “convivialità delle differenze

Un giovane Tamil, Stefano Edward giovane di seconda generazione, membro della consulta della culture della città di Palermo, ha detto chiaramente che una società che non è capace di accogliere, distrugge le ambizioni di tantissimi giovani che non si vedono accettati dalle “città” in cui vivono ed allo stesso tempo non conoscono le culture e le tradizioni del proprio popolo, il che crea numerosi problemi. “Io sono Palermitano” ha tuonato Stefano.

Yodit Abraha referente del Primo Marzo (gruppo Palermo) ha organizzato e coordinato l’incontro e prendendo spunto proprio dalle parole di Stefano ha ribadito che la cittadinanza non si concede, ma si deve riconoscere, e ha fatto richiesta esplicità all’assessore alla partecipazione Giusto Catania (con delega all’imigrazione) di cambiare la formula per conferire le cittadinanze.
Abbiamo tutti oggi la necessità di usare linguaggi nuovi che ci facciano fare il salto di qualità perché spesso anche noi utilizziamo un linguaggio dicotomico, noi italiani e voi immigrati, e i giovani in questo ci possono aiutare, perché le interazioni tra di loro sono molto più genuine e spontanee degli adulti!
Il Primo Marzo a Palermo è stato anche contraddistinto dal premio che è stato consegnato proprio alla dottoressa Yodit Abraha, che da sempre si è contraddistinta per impegno e determinazione per rompere “i muri” che ostacolano le INTERAZIONI tra le genti.
A Yodit è stato consegnato il premio Rosa Parks (attivista americana, figura simbolo del movimento per i diritti civili), tra la standing ovation dei presenti e la commozione generale.

Dopo la premiazione si è conclusa la lunga giornata di incontro con esibizioni artistiche che hanno dato quel tocco di magia e allegria al Primo Marzo palermitano.


Alberto Biondo

Laici Missionari Comboniani Palermo


Evento Primo Marzo 2014 del gruppo di Palermo. L'articolo è il contributo di Alberto Biondo dei Laici Comboniani, mentre le foto sono state fatte da Giuseppe Di Bartolomeo.  

Report del nostro 1 Marzo a Milano


3 marzo 2014 alle ore 20.55
Più di mille persone hanno partecipato alla manifestazione del 1 marzo a Milano.
La rete antirazzista milanese torna finalmente in piazza con oltre 40 associazioni impegnate nella città di Milano e nella Provincia, manifestando in modo nonviolento come comitato "Milano senza frontiere" il proprio dissenso ancora una volta alla legge Bossi-Fini e per chiedere uguali diritti per tutti e per tutte, come sancito nella costituzione italiana, e come ricordato a gran voce dal camion di testa del corteo per le vie del centro.
Il clima allegro e determinato, nonostante la pioggia incessante, ci ha permesso di fare un percorso lungo da piazzale Loreto a Piazza Duomo passando per varie strade principali e non, raccogliendo il consenso della gente che si incontrava al ritmo degli Intillimani "El pueblo unido jamas serà vencido!"

Alcune delle dichiarazioni lanciate dal camion che apriva il corteo:
“Non ci ferma la pioggia, non ci ferma la violenza di questa politica razzista,non ci ferma più niente”
"Nonostante il tempo siamo in tanti a far sentire la nostra voce per unaMilano meticcia. Tanti ombrelli colorati, proprio come noi”.
In piazza Duomo sono stati fatti 4 interventi testimonianze da persone che fanno parte del comitato "Milano senza Frontiere" riprendendo i temi dell'appello.
- La chiusura immediata dei Centri di Identificazione edEspulsione
e la chiusura definitiva del Centro di via Corelli a Milano
- Una nuova legge sull’immigrazione
- Svincolare il permesso di soggiorno dal lavoro
- Il diritto di cittadinanza per le bambine e i bambini nati e/o cresciuti inItalia
- Il diritto di voto per i/le migranti che risiedono in Italia
- Il diritto al lavoro per tutti e tutte come previsto dalla Costituzione
e parità di diritti fra cittadini
- Il diritto al reddito per tutti e tutte
- Una legge per il diritto d’asilo e reali politiche di accoglienza
- No alla discriminazione nell'acceso ai diversi servizi
- Garantire l'esercizio della libertà di culto 
Inoltre abbiamo dato spazio anche agli amici del Comitato NO MUOS con un intervento essendoci in concomitanza la manifestazione a Niscemi, per ricordare che stiamo costruendo tutti insieme reti di pace, ripudiando guerra e razzismo, e chiedendo la smilitarizzazione dei territori dalle armi e dalla paura.
Il prossimo appuntamento per fare condividere impressioni e idee sulla manifestazione e per proseguire nella costruzione di una rete antirazzista attiva a Milano sarà il13 marzo alle ore 20.30 all'Arci Corvetto di via Oglio 21 


Video TG/Online
·     http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-53f93138-d6e2-4298-b90a-2123ce62f7c0-tg3.html#p=0
·     http://video.repubblica.it/dossier/emergenza-lampedusa-2010/i-migranti-cantano-gli-intillimani-renzi-cancelli-il-reato-di-clandestinita/157751/156244

Foto
·     http://multimedia.quotidiano.net/?tipo=photo&media=96493#1 https://www.facebook.com/robiravani/media_set?set=a.10203159672494998.1073741840.1303046103&type=1
·     http://www.dimensionidiverse.it/gallerie/Mani-1marzo2014/
·     http://www.flickr.com/photos/cantiere_centro_sociale/12859489204/

Articoli
http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/2014/03/01/1033010-corteo-diritti-immigrati.shtml

Lista adesioni a “Milano senza frontiere”

Ssp ReteScuole Senza Permesso
Bala'fonOnlus
CoordinamentoArcobaleno Di Milano E Provincia (Agedo, Ala Milano Onlus, Alziamo La Testa,Arcigay Cig Milano, Arcilesbica Zami, Arcobaleni In Marcia, Gaystatale, GruppoSoggettività Lesbica, Il Guado, Le Rose Di Gertrude, Renzo E Lucio, ReteGenitori Rainbow)
AssociazioneTodo Cambia
CooperativaAccesso
FederazioneDi Milano Partito Della Rifondazione Comunista/Sinistra  Europea
ConvergenzaDelle Culture
AssociazioneMondo Senza Guerre E Senza Violenza – Milano
Arci Como
ArciLombardia
Arci Milano
Asgi
AbarekàNandree Onlus
CoordinamentoStranitalia Alto-Milanese
Associazioneper i Diritti Umani
CoordinamentoNord Sud Del Mondo
DimensioniDiverse
AzioneCivile Milano
Associazione"Oltre i Confini"
PartitoUmanista
AllianzaPais Lombardia
Comitato NoMuos Milano
NagaAssociazione Volontaria di Assistenza Socio-Sanitaria e per i Diritti diCittadini Stranieri, Rom e Sinti
CentroSociale Il Cantiere
AssociazioneCasa delle Donne di Milano
AssociazioneUnAltroMondo Onlus
Progetto IO- Immigrazioni ed Omosessualita'
Tavoloimmigrati welfare" comune di Tradate (Va)
Action Milano-SportelloMigranti
Ya Basta!Milano
CentroSociale Casaloca
StessaBarca Milano
Associazionenazionale Prendiamo la Parola
MassimoGatti - Capogruppo in Provincia di Milano per Lista Civica Un'Altra Provincia
ListaCivica Un'Altra Provincia
AssociazioneAvanti Insieme
RedazioneMAHALLA
ForumImmigrazione del PD
Articolo54
Studio 3R
AssociazioneFILEF Lombardia - Scuola di Italiano e Sportello Stranieri
Le Radici eLe Ali
AnitaSonego-  Comune di Milano Capogruppo Sinistra per PisapiaLuciano Muhlbauer- Presidente Arci MilanoXSinistra Ecologia Libertà dell'area metropolitanamilanese
SISA Scuola
AssociazioneLa Libreria che non c'e' Legnano
NatasciaCambria Zurro (Messaggera di Silo)
GiuseppeMilanesi (Movimento Umanista)
RizlaDonnesenzafrontiere (Cremona)
Sofia(Arcipelago Cremona)
Aida(associazione incontro donne antiviolenza) Cremona

Primo Marzo antirazzista a Firenze: siamo tutti sulla stessa barca #1

Articolo di Chiara Del Corona su ilbecco.it

“La libertà è una sola: le catene imposte a uno di noi pesano sulle spalle di tutti”
Nelson Mandela
Come tutti i primo marzo, ormai dal 2010 anche quest’anno la prima giornata di questo mese si è svolta all’insegna dei diritti dei migranti. La rete Primo Marzo, assieme a Prendiamo la Parola e alla Rete Antirazzista fiorentina, ha rinnovato la mobilitazione animando piazza dei Ciompi con interventi di vari relatori e con musiche e canzoni per ricordare a tutti noi, che, anche in tempo di crisi, o soprattutto in tempi di crisi, non bisogna smettere di lottare contro discriminazione, razzismo e disumanità, che è proprio forse in momenti come questi che rischiano d degenerare maggiormente. Ed è proprio quando si comincia a dire che “i diritti umani non sono la priorità – prima vengono il pareggio di bilancio, la crescita del PIL, il lavoro!” – che li si uccidono. I diritti
umani, di tutti, di qualsiasi minoranza, di chiunque sia vittima di soprusi e violenze (psicologiche, sociali, economiche, politiche o fisiche che siano) e di chi ad essi è maggiormente esposto e vulnerabile, dovrebbero essere all’ordine del giorno, presenti in qualsiasi agenda politica e ben stampati e radicati anche nelle nostre coscienze, non solo il primo marzo. I diritti, il rispetto dell’altrui dignità umana è sempre e comunque la priorità, lavoro e diritti non si devono mettere sul piatto della bilancia, essi si implicano tra l’altro a vicenda e l’uno è complementare all’altro. Il primo marzo è la giornata per ricordarci di ricordarci di chi è quasi invisibile in tutti gli altri giorni dell’anno, di chi grida ogni giorno ma come risposta il più delle volte riceve soltanto un rimbombante silenzio. Nonostante il freddo e un po’di pioggia l’iniziativa, molto riuscita, ha attirato verso di sé un bel numero di persone.
A coordinare l’iniziativa è stato Didier Arsene che dopo aver ricordato la Carta di Lampedusa ha scandito i vari interventi.
Il primo a parlare è stato Luigi Remaschi, vicepresedente dell’ANPI di Firenze, il quale è partito dal ricordo dei nostri partigiani che in nome di sogni e ideali di portata rivoluzionaria hanno lottato aspirando a un mondo migliore, un mondo che rigettasse qualsiasi forma di fascismo. L’ANPI è presente ogni volta che un diritto viene negato, quando c’è un’ingiustizia palese, una marginalità, una discriminazione, una violenza. Bisogna ritrovare la volontà, la forza, il coraggio di ridare vita, prospettiva e futuro a quella lotta che ha segnato la nostra storia in cui prevalse la speranza e l’aspirazione a un mondo diverso da quello del fascismo. E riaccenderla dunque, contro qualsiasi sistema, potere, comportamento, norma che lede la libertà e la dignità umana, per combattere qualsiasi forma – sottile e strisciante o palese che sia – di fascismo, per superare divisioni, le fratture e le emarginazioni e ricostruire, in questo caso a Firenze, un fronte che accomuni nella lotta e nel confronto, tutti quei soggetti antifascisti e antirazzisti, un fronte cosciente e consapevole del forte rischio che oggi sta correndo la democrazia, sempre più vituperata e fatta sbiadire lentamente e subdolamente.
A prender successivamente la parola è stato Emilio Santoro, membro di spicco del Centro di DocumentazioneL'altro Diritto, per parlare di diritto di voto e accesso alla cittadinanza. La cosa fondamentale di questi temi è larottura del nesso cittadinanza-nazionalità, a detta del professore di filosofia del diritto. Bisognerebbe andare in direzione di comunità “post nazionali” non identitarie, costruire società solidali di persone che vivono insieme e non più verso ovattare e serrate identità nazionali che respingono l’ altro. Nello stesso tempo dobbiamo tenere bene a mente la seconda parte dell’articolo tre della nostra Costituzione, il quale dopo aver affermato che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, dichiara anche che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” Dunque è proprio la nostra Costituzione (anche se spesso la lasciamo impolverare nel fondo di un cassetto) che stabilisce che la partecipazione politica, e quindi il diritto di voto, e quella economica e sociale sono un diritto imprescindibile per chiunque lavori nel nostro paese. La prospettiva, continua Santoro, va rovesciata, ribaltata: è proprio la possibilità di partecipare politicamente, che permette di difendere le proprie condizioni di lavoro, dunque il lavoratore e non tanto il cittadino devono avere la possibilità di esprimersi col voto, per non esser del tutto impotenti e disarmati contro chi attenta anche alle loro stesso condizioni di lavoratori. Da venti anni stiamo tradendo la Costituzione che hanno stilato i nostri padri costituenti e impediamo che i migranti, che nel nostro paese lavorano – anche se il più delle volte appunto, a condizioni disumane e di sfruttamento, se non di schiavismo – e fanno crescere la nostra economia, possano partecipare alla vita pubblica, possano difendere i loro diritti di persone e di lavoratori. Il diritto politico permette di compensare le debolezze strutturali del mondo del lavoro, che è sempre più schiavistico a causa dello schiacciante sistema di potere economico e delle politiche che regolano questo mercato. E non solo votare alle comunali, ma alle regionali, che è un livello fondamentale di partecipazione politica. Se rifiutiamo questi diritti, se rigettiamo il privilegio di una società multietnica e culturalmente globale resteremo degli italiani provinciali chiusi e tagliati fuori dal futuro del mondo.
Per alleggerire e rallegrare l’atmosfera – e riscaldarla! – il coro di tutte donne, LeMusiQuorum, coordinato e diretto da Maria Grazia Campus ci ha deliziato con le loro voci e le loro canzoni tradizionali – da “mamma mia dammi cento lire fino a “bella ciao” – per rammentarci, anche musicalmente, che proveniamo anche noi italiani da una lunga tradizione ed “epopea”di gente migrante.
L’iniziativa è poi ripresa con l’intervento di Andrea Bartoletti, un ragazzo che fa parte dell’organizzazione no profitWorld Merit, la quale ha sede ufficiale nel Regno Unito ma si propone come associazione a carattere internazionale, dato che fornisce l’opportunità di confrontarsi e portare avanti battaglie e temi di portata globale, tra i quali appunto, anche i diritti dei migranti. Andrea insiste sull’importanza di legare l’attivismo locale al livello globale. In Italia purtroppo, continua Bartoletti, manca una forte volontà politica di migliorare le condizioni di queste persone, perciò è ancora più importante un impegno su larga scala. Nel 2014 l’Unione Europea ha elaborato una politica di vicinato, con l’obiettivo di superare le divisioni tra i paesi dell’UE e i paesi limitrofi, in direzione di una maggiore cooperazione e integrazione che vada oltre le tradizionali relazioni di interesse meramente economico. La politica di vicinato permette offre infatti ai paesi vicini – come ad esempio quelli del sud del Mediterraneo – oltre che ad un potenziamento delle relazioni commerciali, una più significativa partecipazione al mercato interno dell’UE, un miglioramento dell’interconnessione con l’Unione (ad esempio nel settore dell’energia, dei trasporti e delle telecomunicazioni), la possibilità di partecipare ad alcuni programmi dell’UE ed una maggiore assistenza finanziaria e tecnica.1. Il punto che però è importante sottolineare è che per entrare a far parte di questa politica di vicinato, i paesi limitrofi in questione devono essere sicuri, ovvero rispettosi dei diritti e della dignità umana. Nel 2008 la Commissione Europea ha classificato come sicuri Libia, Marocco e Tunisia.
Andrea conclude poi l’intervento ribadendo che l’attivismo non deve cadere nell’arida autoreferenzialità ma sviluppare il senso di solidarietà e appartenenza che vada oltre i confini nazionali e ricorda l’ultima iniziativa promossa da World Merit: 120 dei suoi membri più meritevoli avranno l’opportunità di incontrarsi a Liverpool e a Londra per confrontarsi sul tema delle pari opportunità e sulla difesa dell’ambiente, creando una piattaforma di dibattito, proposte e progetti che poi l’anno successivo verranno presentati a New York. Iniziativa importante che attraverso l’impegno, il dialogo, il confronto e la progettualità offre la possibilità di dare delle risposte concrete a tematiche urgenti.
La successiva relatrice è stata Francesca Scarselli, di MEDU – Medici per i Diritti Umani – organizzazione che si occupa del diritto alla salute ma che si integra con altri movimenti (casa, acqua ecc..). In Italia MEDU porta ora avanti due progetti: Porti Insicuri e Arcipelago CIE. Porti insicuri è frutto di un monitoraggio portato avanti dall’organizzazione sulla riammissione di bambini e adulti stranieri dai porti dell’Italia a quelli della Grecia. Grazie a questo progetto MEDU riporta i risultati delle indagini svolte in Italia e in Grecia tra aprile e settembre del 2013, durante le quali l’associazione ha raccolto le testimonianze dirette di 66 migranti, la maggior parte provenienti dall’Afghanistan e dalla Siria, che hanno confermato di esser stati respinti dall’Italia alla Grecia.  In totale sono state documentare 102 respingimenti, di cui 45 solo nel 20132. Questi cittadini stranieri che sbarcano nei porti di Venezia, Ancona Bari, Brindisi vengono rispediti in territorio ellenico in base ad un accordo intergovernativo sulla riammissione stipulato tra i due paesi nel 1999. L’Italia dovrebbe tutelare, nelle sua politica di contrasto all’immigrazione irregolare, il rispetto e i diritti dei migranti, dei rifugiati, dei richiedenti d’asilo e dei minori non accompagnati, che non solo affrontano i pericoli della traversata o appena sbarcati nel nostro paese vengono gettati come merce scaduta nelle gabbie dei CIE dove vengono trattati peggio delle bestie, ma vengono pure rispediti in Grecia come si trattasse di prodotti, anziché di esseri umani. Emerge invece dalle testimonianze e dalle documentazioni una sistematica violazione di diritti fondamentali come il diritto all’informazione, all’effettivo ricorso, all’orientamento legale, il diritto ad avere un interprete… molti di questi “respinti” hanno cercato inutilmente di comunicare alle autorità italiane la propria richiesta di protezione e di poter rimanere in Italia, ma senza ottenere alcuna risposta. Vengono così caricati come bauli sulle navi che li sbattono sulle coste elleniche senza che neanche venga data loro la possibilità sacrosanta di un accesso a operatori sociali. Quello che MEDU chiede al governo italiano è la fine di questi respingimenti forzati e che a coloro che giungono alle nostre frontiere adriatiche venga assicurato un reale accesso al territorio nazionale e una reale protezione. 
Il progetto Arcipelago CIE, partito nel 2004 si occupa invece del monitoraggio di questi centri di identificazione ed espulsione – nei quali, sappiamo, i migranti, rifugiati, richiedenti d’asilo possono restare fino a 18 mesi, in condizioni devastanti, umilianti e degradanti – recinti veri e propri in cui vengono ammassati coloro che mettono piede in terra nazionale che vivono lì un limbo infinito che viola qualsiasi dignità umana. Sono centri che non sono da riformare, bensì da chiudere del tutto, definitivamente. L’ultimo rapporto fornito da MEDU , del 2013, riguarda il CIE di Trapani Milo e riporta una situazione raccapricciante: assenza di servizi e beni di prima necessità, mancano detersivi, biancheria intima, carta e penne, carenza di farmaci e strumentazione sanitaria, mancanza di attività ricreative o formative, assenza del servizio sanitario nazionale il cui accesso è negato a queste persone, molte delle quali tentano la fuga o il suicidio. Attraverso alcuni colloqui emergono casi veramente duri: per esempio quello di un tunisino di 53 anni con un disagio e un malessere psicologici talmente forti da impedirgli le cure essenziali della propria persona; oppure quello di un altro tunisino di 30 anni con gravi problematiche disfunzionali agli arti superiori che durante i tre mesi di trattenimento ha tentato il suicidio per ben due volte.
Senza contare, oltretutto che questi Centri – ma sarebbe meglio chiamarle gabbie – hanno un ingente costo per il paese, sebbene sia impossibile accedere ai costi reali di manutenzione e ristrutturazione (??!) che questa macchina diabolica e infame macina a nostre spese – economiche – e soprattutto a quelle – vitali – di coloro che rinchiude entro sé. Gli unici costi pubblici sono quelli forniti dal Ministero sugli appalti dei gestori, costi che però ovviamente sono riportati al ribasso. La parola ancora una volta deve passare alla politica, che deve smettere una volta per tutte di fare orecchie da mercante, di restare cieca e indifferente, sorda e muta di fronte a violazioni umane così gravi. MEDU chiede la totale chiusura di questi ignobili centri a un accesso reale al servizio sanitario nazionale.
Dopo questo intervento che ha fatto scendere tristezza e rabbia per questa tragica situazione a cui assistiamo inerti e a cui la politica assiste senza muovere un dito per fortuna sono intervenuti i Fiati sprecati, che hanno ravvivato la serata con le loro potenti musiche suonate da trombe, tromboni, clarinetti, sassofoni, flauti percussioni che come dicono loro son “Un pezzo di popolo che per il popolo fa musica, diverte, disturba e fa pensare”, facendo scoppiare di vita la piazza con tutta la loro ridente energia.
Dopo questo piacevole stacco musicale prende la parola Luigi Tessitori, dell’ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici dell’Immigrazione, attiva dal 1990 – che ha puntato il dito contro l’ignobile Bossi-Fini. È sbalorditivo che è ben da 15 anni che stiamo governando con una legge simile – basterebbe anche solo prendere in considerazione le “geniali” e “aperte” menti che l’hanno partorita per capire la sua inefficacia e la sua intolleranza! – ricordando anche la mamma di questa legge, la Turco- Napolitano del 98. “Grazie” a queste leggi – ma la Bossi-Fini è ancor peggio – più di 2 milioni di persone straniere che hanno trovato lavoro in Italia ancora non hanno ottenuto il permesso di soggiorno, il che è al limite del paradossale. Questo fa comprendere come essa sia totalmente inidonea e inadeguata nel suo stesso fine di regolare e governare il fenomeno dell’immigrazione. Ci sono state ben 4 sanatorie dal 98 ad oggi, proprio perché essa non fa che produrre clandestinità e irregolarità consuete. Ormai non la criticano neanche più soltanto i politici di sinistra, ma persino quelli di destra!
Tessitori spiega poi che l’ASGI, associazione che coinvolge professori universitari, avvocati, esperti di diritto, magistrati, ha stilato un piano di 10 punti che comprendono la necessità immediata di riforme che cambino la logica della politica d’immigrazione a cominciare dall’ingresso di queste persone; reintrodurre meccanismi di sponsor già esistenti con la legge Martelli dell’89 e una norma di regolarizzazione aperta: che sia il lavoro a permettere il permesso di soggiorno e non il contrario. Un altro punto è la totale chiusura e abrogazione dei CIE affermando con vigore come sia intollerabile che esistano nella “civilissima” Italia simili strutture che vanno abrogate e chiuse del tutto. Oltretutto una persona trattenuta in questi luoghi costa allo Stato italiano un euro ogni giorno di permanenza; un reale accesso all’asilo politico; la chiusura dei centri Cara, un netto rifiuto alle politiche discriminatorie e a quelle che impediscono a queste persone l’accesso alle risorse pubbliche e ai diritti basilari. Prima dell’attuale governo Renzi, almeno una riforma sulla cittadinanza e il diritto di voto era stata messa in agenda e adesso non si sa più che fine abbia fatto, se non accennare a “uno ius soli temperato”, che sa molto di presa per i fondelli.
1 dati presi dal sito della Commissione Europea
2 dati del sito di MEDU


sabato 1 marzo 2014

Verso lo sciopero migrante del primo marzo. Intervista a Elisa Cesan su Amisnet

http://amisnet.org/agenzia/2014/02/28/verso-lo-sciopero-migrante-del-primo-marzo-intervista-elisa-cesan/