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Come fare il 1° Marzo 2014

Bakeca

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Descrizione

lunedì 8 marzo 2010

È negro. Pestato dai Vigili.
È badante. Pestata dai Figli.
È cinese. Pestato da una Baby-gang di Italiani.
È rom. Pestata dai Politici.
È extracomunitario. Pestato dagli Europei.
È albanese. Pestata dai Clienti.
È clandestino. Pestato dai Padroni.
È donna. Pestata dal Branco.
È diverso. Pestato dai Simili.
È diversa. Pestata dai Simili.


Clementina Sandra Ammendola

Terzo Mondo

Nel terzo mondo
del cielo
vanno piccole anime
calpestate
vanno bambini
il cui dolore divora l'infanzia
e gli ubriachi del nulla
lavoratori del proprio lutto
affamati di poesia
e pane
ombre
lì si stendono
in attesa delle trombe
del giudizio

Poesia di Vera Lúcia de Oliveira tratta dal libro Il denso delle cose, Lecce, Besa Editrice, 2007

Il figlio

Gli dissero del padre
quando era già morto
lui nella grande città
e il padre a soffrire, non si fa questo a un
fratello, non si lascia fuori una persona
solo perché ha dovuto lasciare la propria casa
perdersi in una città da cani senza nessuno
non si fa questa cattiveria a un figlio che mai più
avrebbe potuto dire babbo sono arrivato sono tornato babbo


Poesia di Vera Lúcia de Oliveira tratta dal libro Il denso delle cose, Lecce, Besa Editrice, 2007

Il diritto al diverso

fino a prova contraria
non coprite il corpo di impronte
non acuite l'attesa della morte
non contaminate la vocazione alla luce
non passate il rullo compressore
sulle parole dell'anima
non decretate che non esiste
fino a prova contraria
il diritto al diverso

Poesia di Vera Lúcia de Oliveira tratta dal libro Il denso delle cose, Lecce, Besa Editrice, 2007

Su ispirazione del salmo 137

sabato 27 febbraio 2010

Lungo fiumi, deserto sabbioso, foresta tropicale, savana arida ci siamo seduti in pianto

Al ricordo struggente della nostra terra;

abbiamo appeso i nostri canti strazianti

sulle palme ombrifere e sui mastodontici baobab.


Oppressori e infami aguzzini

Ci chiedono i nostri silenzi

Dopo averci ridotti in catene,

ci chiedono sottomissione e ci dicono poi

"andatevene a casa vostra"


Potevamo noi ritornare

Quando le nostre ricchezze sono state

Strappate, trafugate, rapinate?

I nostri arti siano rattrappiti

Se non diciamo cose vere.


Possiamo rimanere muti tutta la vita

Se non veniamo per trovare un po' di lavoro

Se non veniamo con la mente aperta.

Abbiamo sperato che l'Italia "parola Aperta"

Potesse accoglierci e riparare all'offesa dall'Occidente recata.


Vi ricordate quando ci avete portato via

In catene su navi stracolme. Vi ricordate quando

Ci avete riempito di gas perniciosi

Vi ricordate quando ci avete colmato

Di veleni di scarico.


Italia, Europa perché continui a disprezzarci

Abbiamo aperto le nostre palme

In segno di pace.

Abbiamo alzato la nostra voce per dirvi che ci siamo anche noi a doverci sfamare con un tozzo di pane



Raffaele Taddeo

I miei Rumeni

Sono andati via.

Hanno abitato l’attico che sovrasta il mio appartamento per poco più di un anno. Ricordo quando erano appena arrivati con le loro povere cose, valigie gonfie e malandate, pacchi confezionati alla meglio, buste di plastica provate da un lungo viaggio.

Accolti dai condomini con sospetto e forzata sopportazione. In nome dei tempi che cambiano, qualcuno diceva :- Speriamo che si comportino bene! Altrimenti…!

Già tutti pronti a far capire ai “nuovi” che le regole vanno rispettate, anzi che qualcuno deve rispettarle di più.

I Rumeni cominciarono la loro avventura muovendosi con circospezione, ridotti alla condizione di piccole formiche esploratrici, su un terreno che avvertivano impervio e pericoloso.

Salutavano sempre con rispetto, cedevano il passo all’ascensore, trattenevano aperto il pesante cancello quando scorgevano un condomino in arrivo: piccole accortezze che hanno a che fare con le norme della buona educazione ma che loro sentivano l’obbligo di osservare a differenza degli altri, i padroni di casa , cui era concesso qualche piccola o grande reciproca scortesia che non avrebbe avuto conseguenza alcuna.

Un giorno diedero una grande festa, con canti, suoni e balli in stile rumeno, nel mio appartamento sembrava essersi scatenato l’inferno!

Salii al piano di sopra determinata a chiedere, in nome della civile convivenza, di contenere la loro allegria…Non ero arrabbiata ma stupita e allarmata, ero certa che qualcuno si sarebbe risentito e volevo battere gli altri sul tempo.

Mi accolsero con vera gioia:- Entra! Entra! Mi dissero. –Stiamo festeggiando per ingresso Romania in Europa!

Avevano gli occhi neri e lucenti, grandi e piccini.

Vollero farmi assaggiare i loro dolci (squisiti) e i loro cibi piccanti.

Poi la padrona di casa mi presentò parenti e amici e ognuno pareva ansioso di raccontarmi la sua storia.

Ognuno a modo suo chiese scusa per il disturbo arrecato, le donne si tolsero repentinamente le scarpe promettendo balli silenziosi…

Così ho conosciuto Kaljia e i suoi tre figli musicisti, venuti in Italia per lavorare e sfuggire alla miseria di un paese che non offre prospettive.

Col tempo io e Kaljia siamo diventate amiche. Lei lavorava duramente dal mattino alla sera, i figli soprattutto la sera, di giorno si esercitavano a trarre nostalgiche melodie o allegre ballate dai loro strumenti.

In uno dei nostri momenti di confidenza, non molto tempo fa, a seguito di episodi di violenza che avevano coinvolto suoi connazionali, Kaljia mi ha detto di essere molto preoccupata perché vedeva in pericolo il suo posto di lavoro. – Ora Italiani pensano che noi Rumeni siamo tutti delinquenti…Non è giusto!

Più tardi mi confidò che avrebbe dovuto cambiare casa. Il proprietario dell’appartamento le aveva, da un giorno all’altro, aumentato l’affitto di trecento euro…Un modo come un altro per costringerla ad andare via.

Ci siamo salutati, io e i miei Rumeni, con le lacrime agli occhi e poche parole.

Le ultime parole di kaljia sono state:- Coraggio! Io sempre prego per tuo fratello e tutti voi…Dio ci ama e ci protegge, per Lui noi siamo come figli…tutti uguali!


Eleonora Bernardi

"Ovunque vivere altrove"

... Al richiamo di terre non ancora promesse
verso gli abbondanti nidi di fango
un'onda sale
come stormo di uccelli migranti,
una moltitudine viene
fragorosa viene
a vendicare rapine
e a rimescolare la storia.

Poesia di Claudio Nereo Pellegrini, prete operaio tra i
minatori italiani in Belgio.

Beshir

Beshir è  aggrappato forte, con la mano alla ringhiera
Mentre sotto il mare luccica di una luna quasi intera 

Beshir è  un uomo forte, come forte è il suo dolore
Che lo ha spinto a ritrovarsi semi morto in mezzo al mare 

Beshir è  un uomo forte come forte è la speranza
Di chi cerca nell’Italia un porto di sopravvivenza 

Beshir resta aggrappato e ha la testa fra le gambe
Negli occhi ancora il sangue nella mente ancora il sangue 
Ha in bocca una preghiera tutto quello che gli resta
Della sua terra stuprata, della sua famiglia morta 

Beshir è  un uomo libero e può sceglier di morire
Di botte in terra libica o di stenti in mezzo al mare 

Beshir è  un uomo libero senza libertà di scelta
O partire per l’Italia, o morire senza fretta 

BESHIR SU QUELLA BARCA VIVE, BESHIR SU QUELLA BARCA PREGA
BESHIR SU QUELLA BARCA RIDE, BESHIR IN QUELLA BARCA, CREDE! 

E Beshir è un uomo fortunato perché riesce ancora a respirare
Vicino a lui ne ha visti tanti spegnersi e finire in mare 
Beshir è un uomo fortunato di una fortuna che nessuno
Vuole o vorrebbe mai avere 

BESHIR SU QUELLA BARCA VIVE, BESHIR SU QUELLA BARCA PREGA
BESHIR SU QUELLA BARCA RIDE, BESHIR IN QUELLA BARCA, CREDE! 

E Beshir è un uomo disperato come la sua voglia di vivere
Che lo spinge a continuare ancora che lo spinge ancora a stringere 
Nelle mani la ringhiera e nella bocca una parola…

Vivere!

Testo: Paolo Piccoli
Testo musicato dalla Piccola Orchestra Karascio’

Noi e loro*

venerdì 26 febbraio 2010

noi e loro: separati da un foglio di carta,
duro e buio come la cattiveria.
noi e loro,
transennati in code incomunicanti
per accedere ai comuni incubi delle questure.
noi e loro,
lacerati da un debito plurisecolare:
loro non lo sanno calcolare,
noi non sappiamo come fare per ripagare!
noi e loro,
intimiditi da timori subliminali,
 ch’a volte montano in paure e terrori.
noi e loro:
racchiusi in recinti dialettali,
 con apposite, separate, pietanze e preghiere e rosari e candele.
noi e loro, distanziati:
nei cud, nei rid, nei bot e cct e nella frequenza
 dei test di gravidanza.
noi e loro, divisi, sembriamo un triste fenomeno da baraccone
 e ci ammaliamo di vergogna.
noi e loro, uniti e mescolati,
saremo, almeno per un giorno, una novità strabiliante.
 ci sarà, tra noi e tra loro, qualcuno
 che più degli altri ci prenderà gusto
e pretenderà di replicare la mescolanza unita
ogni santo giorno:
è quello che si chiama “il punto di non ritorno”.
 
*
di Paolo Buffoni Damiani, febbraio 2010

Il cane arrivato da un Sogno*

mercoledì 24 febbraio 2010

Il sole stava tramontando e si celebrava l’ultima cerimonia del giorno. Tutte cantavano insieme, tranne Modani che era da sola nel piano di sotto. Dalla piccola stanzetta appartata riusciva a sentire soltanto il suono acuto dei cembali e qualche tocco dei tamburi. Quando si avevano le mestruazioni non si poteva girare nel tempio, ne toccare i fiori, ne cucinare per altri, ne prendere tra le mani i libri sacri, ne parlare a nessuno. Si alzò dalla stuoia su cui era distesa e uscì dalla stanzetta. L’ assorbente era scomodo e la faceva camminare impacciatamene. Modani attraversò un corridoio buio, passò davanti alla lavanderia e raggiunse un piccolo bagno trascurato, c’era la tazza senza ciambella e un catino di metallo per terra pieno di acqua su cui galleggiava una vecchia scodellina di peltro. Quando si era mestruata bisognava lavarsi più volte al giorno, e Modani prese dell’acqua con la scodellina, e si lavò velocemente, provando disgusto verso il suo corpo. Prima di rientrare nella stanzetta si fermò per qualche minuto davanti alla porta; da lì ascoltava meglio i canti, e anche lei cantò a bassa voce seguendo i riti della celebrazione.
Seduta su quella vecchia stuoia di fibre di cocco, Modani si guardava i piedi distrattamente e pensava che tra due o tre giorni avrebbe finito il suo isolamento. Avrebbe potuto inginocchiarsi di nuovo nel salone delle cerimonie, tornare ai suoi doveri nelle cucine e dormire insieme alle altre monache. Ciò nonostante era triste, perché Subadra, la sua nipote di cinque anni non era più con lei. La madre di Subadra era molto povera, lavorava in una fabbrica d’incenso, e tutte le mattine, prima di andare al lavoro, portava la sua figlioletta da Modani. Modani prendeva in braccio Subadra e le dava del latte addolcito con del miele e un po’ di frutta, dopo la bambina si sedeva per terra in un angolo della cucina. Quando aveva pochi mesi, Modani la coricava in una grossa cesta, là dentro la bambina aveva imparato da sola a sedersi e a mettersi in piedi. Sempre aspettava in quel angolino che Modani finisse i mestieri, per essere accudita e coccolata. A pranzo mangiavano una minestrina di legumi e dello yogurt, poi la bambina riposava mentre Modani recitava le sue preghiere. Verso sera le faceva il bagno e la profumava con olio di sandalo. Tutte le monache erano abituate a vederle sempre insieme.
Ma tutto era ormai finito. Due anni fa il fratello di Modani, era emigrato a Natam, in quel paese aveva trovato lavoro in un’azienda casearia e adesso portava a vivere con se sua moglie e la sua figlia. Quando Subadra era molto piccola, la sua pelle odorava di riso dolce, il profumo del latte materno e i suoi primi capelli erano morbidi e scuri, Modani conservava con cura un piccolo ciuffo di quei capelli. La bambina che lei tanto adorava la avrebbe dimenticata, si, perché a Natam Subadra avrebbe imparato un’altra lingua, e poi sarebbe andata a scuola e conosciuto tanti bambini. Modani sapeva di molte persone che erano vissute a Natam e che al loro ritorno somigliavano ad alberi secchi, senza più un’anima. L’espressione dei loro volti diventava dura come se avessero dovuto camminare su punte di coltelli. Anche il loro modo di ridere cambiava. Qualcosa che somigliava alle ceneri dell’incenso bruciato, appannava i loro gesti. Modani aveva paura per Subadra. Si chiedeva cosa mai poteva esserci a Natam che abbatteva così le persone. Si addormentò piangendo, e sognò un cane bianco e magro, dagli occhi tristi e umiliati, con la coda stretta tra le zampe. Portava un collare di cuoio rosso che pulsava come un cuore con due lunghe corde legate, una stringeva Modani dalla vita, e l’altra … lei né era sicura che quell’altra corda stringesse Subadra, che arrivava fin dove si trovava la bambina. Voleva uscire dalla stanza seguendo quella corda per raggiungere Subadra, ma notò che delle morbide onde di un’acqua tiepida ma sporca entravano sotto la porta bagnandole i piedi.
“Ferma l’acqua” le ordinò il cane; ma Modani non pensava ad altro che a rivedere la bambina e così prese l’altra corda del cane per uscire dalla stanzetta.
“Ferma l’acqua!” le ordinò il cane per la seconda volta, Modani sapeva che non doveva aprire la porta; se lo faceva tutta quell’acqua sudicia e portatrice di sventure sarebbe entrata nella stanza e da lì avrebbe raggiunto il tempio, ma niente le importava e nel momento in cui girò la maniglia della porta e tutta l’acqua la investi trascinandola per terra, si svegliò sentendosi colare un denso sudore lungo il viso. Aprì gli occhi e le parve di vedere il cane acciambellato accanto a lei. Chiuse gli occhi, sapeva che il cane era l’amore che provava per Subadra e la paura che a Natam il sorriso della bambina potesse divenire cupo. Aprì di nuovo gli occhi. Il cane era sparito. Una monaca le portò del tè e due fette di pane con burro e miele; e mentre mangiava, ricordò un piccolo ciondolino d’ambra a forma di goccia che una volta aveva regalato a Subadra. L’ambra serviva a proteggerla dagli spiriti maligni, da quelli che hanno sempre vagato per l’aria tentando di impossessarsi dei corpi dei bambini; spiriti desiderosi di far ritorno nel mondo materiale, affamati di un corpo, vogliosi ancora dei piaceri carnali. Modani temeva che a Natam ci fossero molti di quelli spiriti; meno male che Subadra portava sempre quel ciondolo al collo.
Passati due giorni Modani lasciò la stanzetta del suo ritiro. Le monache raccontano che dopo la partenza di Subadra, Modani non parlò più con nessuna di loro. Finiti i lavori in cucina, passava il resto del giorno pregando in disparte. Soffriva di sogni agitati e molte volte si svegliava nel mezzo della notte piangendo, come in preda ad un forte dolore. Qualcuno ha detto che deambulava con i piedi bagnati d’acqua sporca, e di avere visto insieme a lei un cane bianco, magro e dagli occhi tristi che la inseguiva dappertutto.

*di Aurora Filiberto Hernàndez

Insieme

domenica 21 febbraio 2010

Una sera,

un cieco, un sordo, un muto

per qualche ora

sulle panchine di un parco

sedevano con il sorriso sulle labbra.

Il cieco vedeva con gli occhi

del sordo

il sordo ascoltava con l’orecchio

del muto

e il muto con le labbra degli altri,

parlava.

Tutti e tre insieme sentivano

Il profumo dei fiori.


Sherko Bekas
Poeta Kurdo – rifugiato politico in Svezia)

Clandestini*

Personaggi: Il poliziotto Ubaldo / Il poliziotto Antonio / Quelli che arrivano.
Scenario: Ingresso controllo passaporti aeroporto di Fiumicino.
Epoca: attualissima.

Lo guardò, sorpreso. Una riga di sangue scorreva dalla bocca di quel … quel … come chiamarlo? Ubaldo prese in mano il passaporto del nuovo arrivato:
- Quanto tempo ha intenzione di rimanere in Italia?
- Non lo so.

Quel … come diavolo chiamarlo?, aveva una voce rauca e un alito con odore di bruciato.
- Aspetti un momento.

Era la prima volta che a Ubaldo succedeva una cosa simile. Andò allo sportello del suo compagno di lavoro.
- Antò, che faccio con quello?
- Ha i documenti in regola?
- Sì.
- Allora, fallo passare.

Ubaldo ritornò al suo sportello:
- La lascio entrare ma non può rimanere più di tre mesi - disse. - Ha un visto da turista. Dove alloggia?
- All’ospedale più vicino.
- Ospedale?
- Sono ferito, non lo vede? È stato il santo. Non mi lasciava in pace; finalmente sono riuscito a scappare.
- Perché ha scelto l’Italia?
- Sono figlio di un italiano. Mio padre era un pittore.
- Di pareti?
- No, di quadri.
- È vivo?
- No, morto.
- Come si chiamava?
- Chi, mio padre?
- Sì.
- Uccello.
- Lei è figlio di un uccello?
- Sì, di nome Paolo.
- Paolo?
- Uccello, appunto!
- A punto?
- Sì.
- La “A” per cosa starebbe?
- Non capisco la domanda.
- Mi ha detto che suo padre si chiamava Paolo A punto?
- Il nome di mio padre era Paolo Uccello
- Ma lei, da dove viene?
- Io?
- Certo, lei.
- Da Londra.
- Ha una professione?
- Io?
- Lei, certo.
- Faccio il drago.
- Ah, ecco, mi pareva un tipo strano. A dire la verità, è la prima volta che timbro il passaporto di un drago. Ma mi tolga una curiosità: che viene a fare in Italia?
- Non era più possibile vivere con Giorgio.
- Giorgio?
- Il santo! Mi ha reso la vita insopportabile con quella lancia. È vero che un drago che si rispetti deve pur perdere un po’ di sangue. Anche Michele si divertiva con la spada, ma non mi ha mai dato fastidio.
- Michele?
- L’Arcangelo.

Si ode un nitrito. Ubaldo si innervosisce:
- In fila reclamano. Non mi faccia perdere più tempo.

Timbra il passaporto del drago e senza guardare, dice al primo della fila, al di là della linea gialla:
- Avanti!

Gli è consegnato un passaporto. Ubaldo vede la foto nel passaporto. Si gira di scatto:
- E lei chi sarebbe?
- L’Unicorno.

Ubaldo non è mai uscito dal Lazio: il suo viaggio più lungo è stato una gita a Frosinone. Davanti a sé vede un cavallo con un lungo corno:
- Da dove viene?
- Conosce l’arazzeria?
- L’Algeria?
- Ho detto arazzeria.
- Antò, dove rimane l’Arazzeria?
- Boh!

Un nuovo nitrito si fa sentire.
- Signore …
- Unicorno.
- L’Arazzeria dove si trova?
- In Francia.
- Lei viene dalla Francia?
- Sì.
- Allora non complichiamo le cose. Lei deve dichiarare un solo posto di provenienza. Arazzeria, non va bene, non ispira fiducia. Francia, invece, va bene, è un paese civile.
- La mia dama …
- Dov’è?
- Arriva con il prossimo volo.
- Ah, vada avanti!

L’unicorno entra.

- Il prossimo! - dice Ubaldo.

Si presenta un essere mostruoso: ha orecchie e naso da maiale, enorme bocca rossa con zanne gialle. Anche gli occhi sono gialli; ha un solo piede umano; l’altro è una zampa scura dotata di artigli; in testa, un nido di capelli con due uccelli neri con i becchi aperti.
- Favorisca il passaporto - dice Ubaldo.
Il mostro glielo consegna. Ubaldo si sorprende:
- Lei è il dio del vento e del tuono?
- Sì.
Con terrore mescolato a fascino, Ubaldo guarda il mostro appena arrivato:
- Da dove viene?
- Dalla terra del Sole Levante.
- Come?
- Dal Giappone.
- Ah.

Il mostro si avvicina al vetro dello sportello e sussurra con aria confidenziale:
- Sono scappato da un paravento.

Ubaldo non sa cosa sia un paravento; osa fare ancora una domanda:
- In Giappone si sta bene, che ci viene a fare in Italia?
- Vengo a liberare gli elementi.

Ubaldo non sa cosa siano gli elementi ma di solito sono gli eroi a liberare gli altri.
- Sa che non potrà rimanere più di tre mesi, vero?
- Più che sufficiente - risponde il mostro.
- Passi pure.

Dopo aver timbrato il passaporto del mostruoso dio del vento e del tuono, Ubaldo sospira:
- Mamma mia, oggi mi stanno a capitare dei tipi strani. Avanti, il prossimo!

Si avvicina una donna minuta dalla pelle del color del rame, gli occhi a mandorla. Sulle spalle un poncho dai colori vivaci. La donna consegna il passaporto a Ubaldo e gli sorride. Ah, pensa Ubaldo, finalmente qualcuno mi regala un sorriso. Guarda il passaporto:
- Sei peruviana?
- Sí, señor.
- Parli l’italiano?
- No, señor.
- Che vieni a fare in Italia?
- Sí, señor.
- Sì, cosa? Non ti ho fatto una domanda.
- No, señor.
- Hai un contratto di lavoro?
- Sí, señor.
- Me lo fai vedere?
- No, señor.
- Non puoi entrare.
- Señor, quiero trabajar!
- Guarda, io non capisco la tua lingua. Vedi quella sala? Ecco, va’ direttamente lì e mostra i tuoi documenti.

La peruviana s’incammina verso la sala indicata da Ubaldo.
- Antò, hai visto che carina? È vero che sono tutti belli dopo quel dio giapponese … Che giornata!

Va da Antonio e si versa del caffè dalla bottiglia termica dell’amico. Quelli della fila aspettano.
- Antò, ho fatto entrare quel mostro e non ho fatto passare la peruviana. Non mi sembra giusto. Tu che dici? Hai visto quanto era garbata? Sì, signor, no signor.

Ubaldo sorbe lentamente il caffè. È preoccupato.
- Sai che ti dico? Quella donna potrebbe lavorare come badante da mia nonna.

Finisce il caffè, ritorna al suo posto. Si siede ma non riprende subito il lavoro. I suoi occhi sembrano vedere qualcosa lontano. Tutto ad un tratto, si alza e in uno scatto raggiunge la peruviana:
- Dammi il tuo passaporto. Ti metto il timbro.
- Sí, señor.

Ubaldo scarabocchia il numero di telefono di casa sua:
- Chiamami questa sera.
- No, señor.
- Ti trovo pure il lavoro.
- Sí, señor.

Mille volte meglio, pensa Ubaldo, lasciare nonna Palmerina con te che con un drago, un cavallo cornuto o un mostro giapponese.

La peruviana saluta e se ne va.

- Il prossimo! - grida Ubaldo.

È una donna alta, muscolosa, dalla pelle e dal sorriso molto chiari. Dio mio, pensa Ubaldo, finalmente gente che sorride, ringrazia, saluta. Insomma, gente come noi!
-Passaporto – dice.
La donna gli porge il passaporto.
- Sei dell’Ucraina.
La donna fa di sì con la testa.
- Parli italiano?
- Un poco. Sono tornata per riprendere lavoro.
- Cosa facevi?
- Badante di signora novantenne.
- Mi fai vedere il tuo contratto di lavoro?
- Non ho.
- Questo è grave. Non puoi entrare senza il contratto.
- Può parlare con figlia signora dove lavoro.
- Non posso farci nulla. Devi ritornare in Ucraina.
- Signora molto vecchia. Ha bisogno di me.

Santo cielo, pensa Ubaldo, ho fatto entrare la peruviana per nonna Palmerina e come faccio a rifiutare l’ingresso a questa donna che lavora presso un’altra nonna? Ho fatto passare un cavallo con un corno ficcato in mezzo alla testa e adesso faccio ritornare questa in Ucraina? Si vede che è una brava persona. Viene per lavorare. Ah, le timbro subito il passaporto, non chiedo neanche il parere di Antonio.
- Avanti, entra pure.
- Risolto problema?
- Sì, risolto.
- Grazie.

Un giovane nero era già davanti allo sportello e gli porgeva il documento.
- Tu sei …
- João da Silva, enfermeiro.
Il giovane mostra un rettangolo di carta:
- O meu diploma.
- Da dove vieni?
- Brasil.
- Ti ha chiamato qualche ospedale?
- Não.

Ubaldo si ricorda di aver sentito che le porte d’Italia si sarebbero aperte agli infermieri del terzo mondo. Ce n’erano di posti per loro. D’altra parte, gli italiani continuavano a invecchiare … Troppa fatica negli ospedali … Ubaldo mette un timbro sul foglio del verde passaporto che ha davanti a sé:
- Benvenuto in Italia!

Il brasiliano alza il pollice della mano destra:
- Obrigado!

E arrivarono altri uomini e donne con passaporti di vari colori. Ubaldo li lasciò entrare. Tutti. Ogni volta, pensava: che persona normale, sana, niente corno in testa, né zampa né artigli, niente bocca che puzza di bruciato. È di gente così che l‘Italia ha bisogno! Il drago aveva i documenti in regola ma di sicuro provocherà delle risse: non aveva litigato persino con il santo? L’unicorno magari tirerà la carrozza di qualche vetturino, ma come farà a gestire quell’enorme corno nel traffico di Roma? Il dio giapponese sarà scambiato per un pazzo furioso da qualche vigile che gli ricorderà che il carnevale da mo’ che è finito. Non è meglio aprire l’Italia alla gente che lavora e sorride, che dice buon giorno e non dimentica il grazie?
In quel momento, Ubaldo pensò alla peruviana che avrebbe lavorato da nonna Palmerina. Il cuore gli batté più forte e, quasi senza accorgersene, abbozzò un sorriso clandestino:
- Avanti, il prossimo!

* christiana de caldas brito (pubblicato sul el ghibli, settembre 2009).

Io*

Nell’intimo,
un bisbiglio:
io.
Mormorio,
borbottio, ronzio,
sibilo, brontolio, brusio,
vocio, strepitare, chiasso,
clamore, frastuono:
IO sono un uomo.

*Gino Luka

Eccoti dunque... Lampedusa!*

Eccoti qua, Lampedusa!
Goccia di terra in mezzo a tanta acqua. Goccia di speranza in mezzo a un mare di guai.
Regina delle illusioni. Luce di tante falene.
Specchio di innumerevoli allodole.
Eccoti qua di fronte a me.

Pezzo d'Europa strappato all'Africa in qualche vicenda dimenticata della storia.
Porta dell'impero. Frontiera dell'opulenza.
Quante menti ti hanno sognata in mezzo al mare come l'ultima salvezza?
Quanti corpi bruciati dal sole e dal sale si sono trascinati verso le tue rive?
Quanti ti sono arrivati e quanti mai?


Destino terribile il tuo, Lampedusa.
Destino terribile quello di portare sulle tue magre spalle il destino di così tanti disperati.
Missione terribile quella di fungere da porta ad una fortezza così grande, così attraente.
8 mila abitanti e pochi ettari, in mezzo a due continenti.
Uno troppo ricco, l'altro troppo povero.
E tu, lì in mezzo, senza sapere cosa fare.

Oggi le tue carceri sono vuote. Oggi non si butta nessuno tra le tue braccia salvifiche.
Oggi l'impero ha deciso di sollevarti del peso dei dannati che ti cercavano come la salvezza... rimandandoli in inferno.
Le tue carceri sono vuote ma non mi sembri contenta.
Hai ripreso le tue funzioni di tranquilla isola per turisti spensierati, ma non mi sembri spensierata. Le tue baie hanno ripreso a cantare ma non mi sembri allegra.

Sul tuo porto, lussuoso, plana il fischio di cento vecchi pescherecci arrugginiti persi in mezzo all'immensità del mare.
In mezzo ai corpi abbronzati stesi sulle tue spiagge, giacciono i fantasmi di tanti naufraghi.
Eccoti qua! Hai tutto per esserlo ma non mi sembri felice.

Vedo un velo, leggero, quasi impercettibile, coprire il tuo sorriso commerciale.
Da simbolo della bontà, hanno fatto di te la roccaforte della cattiveria.
Ma la colpa non può essere tua.
Tu sei solo molto piccola e l'impero è troppo potente... troppo spietato.

Una goccia di terra in mezzo ad un mare d'acqua.
8 mila abitanti e pochi ettari, in mezzo a due continenti.
Uno troppo ricco l'altro troppo povero.
E tu lì in mezzo... Cosa hanno fatto di te?!

*di Karim Metref

Esiliato italiano in Italia

Mi chiamo Armando Gnisci e sono contento di essere stato invitato come scrittore – ho scritto molto nella mia vita, anche se più che altro di critica letteraria – a presentare e donare un testo per il 1 marzo del 2010, il giorno indimenticabile della protesta degli immigrati in Italia.
Cammino con loro da venti anni e i pochi amici che ho sono stranieri o italiani amici degli stranieri. Infatti, mi sono sempre più sentito lungo lo scorrere dei miei 64 anni un esiliato di nascita italiana in Italia.
Sono vecchio ormai e malato mentale e devo confessarvi che sto vivendo la parte finale della mia esistenza come la peggiore delle vite che ho vissuto dagli anni 50 ad oggi – degli anni 40 ho solo qualche ricordo di infanzia, perso nella nebbia in bianco e nero di quegli anni che nei libri prendono la definizione di “dopoguerra”. L’età attuale da 20 anni a questa parte in Italia è diventata sempre più piena e mai finisce di diventare stracolma di violenza e menzogna, di decadenza e ingiustizia. Far parte di un popolo dannato e senza giudizio che ha dato il potere a un malfattore – nel senso di “fatto dal male” e di “facente il male” – mi angoscia e impoverisce sempre di più.
Non penso di essere di quelli che parlano vanamente del “si stava meglio quando si stava peggio”, io sento in tutte le mie corde – quella del pensiero critico e quella della anarchia purificatrice, quella della tenerezza e quella dell’insegnare, quella del fare ed inventare e quella del disagio – che questa è l’età peggiore che mi poteva capitare in vecchiaia. Resisto e continuo ad accordare le mie corde, resisto e non cedo alla malattia, oltre che all’orrore.
E un’altra cosa so di certo, che da venti anni a fianco al male che avanza e non è mai bastante, avanza anche un bene inaspettato e sorprendente: l’arrivo e la vicenda degli stranieri migranti in Italia e la nostra amicizia da allora, camminando a fianco suonando tutte le corde che sappiamo suonare insieme.

Armando Gnisci

La Pala di Daouda

sabato 20 febbraio 2010

Corpi forti e scuri hanno trovato lavoro per i loro muscoli e sudano mentre ascoltano ogni tanto i rigurgiti del capoccia, in una strana lingua senza cantici, fatta solo di ordini e dinieghi, urlata da una parte, mugugnata dall’altra.

C’è tensione nell’aria, ogni sonno è all’erta. Le crepe sottili che preludono al crollo. Da un momento all’altro arriverà lo scricchiolio, il segnale di fuga.

Ecco il mondo nuovo, pieno di recinzioni, una scacchiera rigata dal filo spinato. E le pedine che si muovono in continuazione tra un confine e l’altro, guadagnandosi a fatica da vivere: colibrì disperati a baciare ogni fiorellino secco.

Daouda si alza dalla brandina molto prima dell’alba (chi non può darsi al lusso di rilassarsi mai non può dire che si sia svegliato), testa l’equilibrio del corpo, prova il peso dei muscoli, delle ossa, della nuova pelle conciata e aspra, delle cicatrici. Testa anche l’equilibrio sulla bicicletta, pedala tra arance e mandarini nella semioscurità fino ad arrivare – braccia tese, dita pronte – al campo dei pomodori.

La tensione invisibile diventa un ronzio nelle orecchie, i timpani premuti dal sangue come in un’improvvisa emersione. È l’odio ciò che emerge dal silenzio, rompe gli argini, sommerge quei campi ora tinti dal colore dei pomodori maturi, come ogni paio di occhi furibondi lo denuncia.

Si sentono spari secchi. Vicino a Daouda due uomini cadono, cosce e ginocchia perforate dai proiettili. Daouda si butta a terra e cerca di arrivare strisciando alla sua bici. Qualcosa non funziona questa mattina, c’è la guerra al posto della solita fatica. O meglio, c’è una fatica diversa, ciascuno deve raccogliere se stesso al posto dei pomodori.

Da dove partono gli spari? Da dietro gli ippocastani? Da una casupola in fondo al campo? Dai SUV parcheggiati sul ciglio della strada, come in un safari clandestino? E cosa vogliono quei cecchini? Uccidere? Ferire? Spaventare il gregge? Mandare un messaggio in quel codice morse altisonante?

In un salto Daouda inforca la bicicletta e parte. Appoggiata alla spalla ha una pala a mo’ di fucile. Gli spari e le urla non cessano. L’immigrato s’allontana dal campo di battaglia, la schiena un bersaglio sempre più difficile.

Sulla strada spunta un SUV nero, venendo contro di lui. Si ferma. L’uomo che lo guida cerca il fucile dietro il sedile. Daouda accelera, pedalando forte, le narici dilatate pompano l’aria fredda della terra del nemico. Una mano ferma sul manubrio, mentre l’altra alza il manico della pala. Quando l’autista, fucile in mano, si gira verso di lui, la pala colpisce il parabrezza, l’attraversa tra le schegge come il rumore di pelle che si strappa, di tamburo che si rompe, conficcandosi dove prima c’erano la bocca, le mascelle.

Come fa una pala a scavare un uomo? Lì dove non ci sono tesori, né radici, né tombe future? Cosa scava questa pala tra i frutti della terra?

Julio Monteiro Martins

Rapsodia in Giallo

Quasi tutti coloro che hanno avuto la buona o cattiva sorte di ritornare tra i vivi dicono che quando si scivola nel tunnel della morte si è come circondati da un immenso, rasserenante biancore.

Quale potrebbe essere invece il colore del risveglio dallo stato di coma e, per analogia, mettendola sul piano politico/sociale, il risveglio dal lungo torpore in cui è sprofondata gran parte della societa’ civile italiana negli ultimi 15 anni? Quale colore potrebbe essere in grado di fugare in men che non si dica l’algido candore del coma profondo in cui versa la nostra societa’ civile? Mi verrebbe da pensare a un bel giallo, ricco luminoso, solare che potrebbe anche mantenere tra le pieghe qualcosa di fresco, tipo il colore dei limoni.

Ebbene, questo è il colore che è toccato in sorte alla giornata Primo Marzo 2010: una giornata senza migranti, che si svolgerà in Italia come pure in Francia, Grecia, Spagna, rifacendosi a una simile iniziativa di successo organizzata nel 2006 negli Stati Uniti sulla scia del film di Arau “A Day Without Mexicans”, (Un giorno senza messicani).

Siamo stati abituati per piu’ di un secolo ad abbinare i colori alle ideologie politiche, qui in Italia principalmente il rosso il nero. Questa tendenza è stata interrotta negli anni 70-80 quando il movimento ecologista dei verdi fece irruzione nella società e, secondariamentenella scena politica, piazzandosi in posizione autonoma rispetto a politica e religione. Poi ci sono stati i vari arcobaleni (della pace in Italia rifacendosi alla Bibbia, la Rainbow Coalition tra gruppi etnici, o dei diritti GLBT negli USA). Gli arancioni di Rajneesh si rifacevano a simbologie induiste e il movimento indipendentista dell’Ucraina ha scelto lo stesso colore. Negli ultimi tempi il verde è stato riciclato e di conseguenza da noi in Italia è toccato in sorte il verde della Lega nord mentre invece in Iran è il colore dei sostenitori di Moussavi. Adesso in Italia il viola è stato scelto per simboleggiare l’ultima resistenza allo sfacelo della Costituzione, nonostante il fatto che in un paese cattolico faccia venire in mente la Quaresima.

Che rimestolio di simboli e di colori! I capovolgimenti sono tali da far perdere l’orientamento cromatico.

È interessante notare che il giallo, l’ipotetico colore del risveglio del coma, possiede sia valenze positive sia negative, e per me che provengo da due terre la situazione si ingarbuglia ulteriormente: sul piatto positivo della bilancia mi viene da collocare il sole (e lo sento già che in versione melo-stereotipata “Sta in fronte a te! Sta in fronte a me!”), le distese di grano frammezzate a papaveri rossi e fiordalisi azzurri,il “Yellow submarine” dei Beatles, quella specie di imbarcazione speranzosa che ci contiene tutti (“We all live in a yellow submarine”); sul piatto negativo il giallastro dell’itterizia di chi ha sofferto l’epatite virale, i morti ammazzati che popolano il genere letterario giallo, il giallo dei crumiri, mi ha ricordato un amico. Negli Stati Uniti addirittura la stampa gialla, certo giornalismo sensazionalista che in un certo momento ha favorito movimenti guerrafondai. Per non parlare poi del famoso “yellow ribbon” (nastro giallo) che a scelta potrebbe simboleggiare un augurio di ritorno a casa delle truppe sparse per terre straniere, il simbolo di fedeltà di una moglie e del suo entusiasmo per il ritorno a casa del marito detenuto (“Tie a yellow ribbon round the old oak tree”), o spaziando verso le Filippine , il colore scelto da Cory Aquino nella lotta contro Marcos.

Esiste poi, storicamente, anche il giallo dell’emarginazione, basti pensare alla stella di David gialla che furono costretti a portare gli ebrei durante le persecuzioni naziste o il segnale di pericolo della bandiera gialla che veniva issata secoli prima sulle imbarcazioni in cui c’erano gli appestati o, più tardi, i malati di colera.

Oggi in Italia in un certo senso il giallo del primo marzo abbraccia le due valenze: il sole e un auspicabile risveglio della società che aspira a un nuovo modo di vivere insieme da un lato, e dall’altro la riscossa degli emarginati, degli appestati e degli ebrei di oggi che provengono prevalentemente dal sud del mondo e qualche volta anche dall’est. Arrivati ad una condizione di sfibramento da denigrazione, sfruttamento e ostilità, specialmente qui in Italia, i migranti oggi ci dicono: e vabbuo’ volete la nostra invisibilità, volete godere dei frutti del nostro lavoro e della nostra immaginazione ma senza il fastidio di dover riflettere su come si potrebbe vivere insieme in maniera equa? Ebbene noi ci renderemo invisibili per un giorno perché siamo noi a deciderlo, non ci vedrete nei luoghi di lavoro, degli acquisti, dell’amministrazione, dei commerci , per un giorno sarà “No business as usual” e al nostro posto troverete la grande macchia gialla di una fetta della popolazione, che abbraccia migranti e stanziali e che si impegna, e non solo oggi, ma nel lungo termine, a far sparire questa odiosa separazione tra “noi” e “loro”.

La parola “invisibilità”, ricorre nelle testimonianze dei lavoratori africani di Rosarno, che lamentano in una lettera “ “Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese. Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza” [...] Dovrebbe far riflettere il fatto che questa condizione di invisibilità caratterizzava anche l’esistenza degli afro-americani solo qualche anno prima che nascesse il movimento per i diritti civili, e non a caso, nel 1953 esce il libro dell’autore afro-americano Ralph Ellison intitolato “Invisble Man” il cui protagonista vive in angolo dimenticato della cantina di un palazzo per soli bianchi. In questo posto segreto, rubando l’elettricità all’edificio egli crea un ambiente illuminato da 1369 lampadine (la sua macchia gialla). Dice, “Il mio buco è caldo e pieno di luce. Sí pieno di luce. Dubito che esista un posto più luminoso in tutta New York, compresa Broadway”. Spiega poi che la luce è per lui una necessità intellettuale dal momento che “la verità è luce e la luce è verità”. Pochi anni dopo la pubblicazione di questo libro, nel 1955, nasce e si espande rapidamente il movimento per i diritti civili degli afro-americani la cui potenza ed il cui impatto sulla società statunitense sono noti in tutto il mondo.

Dall’invisibilità alla luce: ci auguriamo che questa analogia sia foriera della nascita di un movimento di notevoli proporzioni in tutta Europa per un nuovo modo di vivere insieme. Che il Primo Marzo 2010 danzi al ritmo di una Rapsodia in giallo il cui volume sommerga il cadenzato passo marziale che da un po’ caratterizza la colonna sonora del BelPaese!

Pina Piccolo

Anfibi rasati

Razza superiore,

In tuo nome
Calci e botte
Le ossa rotte

Il sangue scorre lontano
Dal mio corpo tremante
E la mia vita muore.

Uomo di pelle nera
Non bestia
Se pure trattato come tale.

Uomo
Senza difesa aggredito
Scaraventato.

La mano di mio fratello
Si scaglia con tanta violenza

La mano di Caino si abbatte
Sul corpo di Abele

Ieri le carezze di mia madre
Riscaldavano il mio cuore

Oggi il tuo calcio di uomo
Cancella la mia mente.

Hamid Barole Abdu
(Akhria - io sradicato poeta per fame, 1996)

Abbiamo smarrito il senso della nostra storia*

Sprofondati sui nostri divani, li osserviamo mentre fuggono scacciati da Rosarno.
Noi vagamente impegnati nei propositi buoni per smaltire gli stravizi alimentari delle feste, le nostre pattumiere appena svuotate da chili di pane, panettoni e cibi che li avrebbero nutriti per un mese almeno, lì nei baracconi dismessi, dove non cercavano riparo nemmeno gli animali.
Sfilano le immagini nelle nostre case comode - magari incompiute, frutto di sacrifici - di quei lager più vergognosi forse di quelli nazisti.
Noi che sprechiamo acqua come nessuno in Europa, qui nella terra dei profumi - agrumi spremuti a sangue? - li vediamo improvvisare un muro di vecchi copertoni d’automobile e qualche calderone d’acqua calda, pur di riuscire a lavare via fatiche inimmaginabili.
Noi che siamo stati emigrati, che siamo fuggiti, che abbiamo conosciuto il razzismo degli altri, ci chiediamo ora cosa abbiamo fatto per impedire questo strazio.
Noi, eredi degli emigrati che sono stati chiamati gipsy, zingari, «razza maledetta», «uccisori di Cristo», noi abitatori di una terra, in passato, chiamata “Africa” o “India”, noi nipoti e figli di uomini vissuti nelle baracche e morti nelle miniere, pensiamo mai ai sentimenti di tutta questa umanità dolente?
Siamo eredi di mille popolazioni “straniere”, abitiamo una terra crogiuolo di popoli, ma non li abbiamo trattati come uomini.
Dell’ospitalità facciamo vanto e retorica, proclamiamo l’odio per ogni forma di violenza, noi che comprendiamo la paura della gente di Rosarno e la sua irritazione per la “guerriglia” degli immigrati, noi che non pensiamo che siamo diventati improvvisamente razzisti, noi che abbiamo contribuito con la nostra ipocrisia, i nostri silenzi, le nostre complicità a trasformare queste persone in fiere arrabbiate, ma forse le bestie inferocite siamo proprio noi, pronti a braccare, o ad applaudire chi stana le prede.
Noi figli dei contadini che hanno occupato le terre, noi che abbiamo sfilato nella piana contro i caporali e abbiamo pianto Giuseppe Valerioti, ucciso dalla ndrangheta, abbiamo perso la memoria, smarrito il senso della nostra storia.
Noi che abbiamo cercato pane e lavoro in tutto il mondo, li guardiamo fuggire su un pullman, scortati dalla polizia per evitare il linciaggio.
Noi “fieri” e “forti calabresi”, noi che gliela abbiamo “fatta pagare a questi sporchi negri”, noi che “abbiamo liberato il territorio dalla feccia dell’umanità”, quando e perché abbiamo accettato di perdere la libertà, siamo caduti sotto il governo della ndrangheta, che manipola le nostre vite, le nostre case, i nostri legami, le nostre passioni?
[...]. Noi che non abbiamo dubbi e noi che non abbiamo certezze, troviamo il coraggio di fissare questa pagina dolorosa della nostra terra che evoca, e non sembri un’esagerazione, l’eccidio dei Valdesi voluto dagli oppressori del passato.
Noi che ci lamentiamo e non ci ribelliamo, che conosciamo la retorica e le perversioni dell’onore e magari manteniamo ancora il senso della dignità e proviamo vergogna, troviamolo il coraggio di ringraziare questi emigrati che sono fuggiti muti e increspati come le nubi di questi giorni che hanno cancellato le nuvole bionde e sorridenti della Piana.
Chiediamoci noi – tanto e tale è il disagio - che idea abbiamo di questo noi, chi siamo diventati, noi. E come sarei tentato di chiamarmi fuori da questo noi!

*Vito Teti, pubblicato su “Il Quotidiano della Calabria” di lunedì 11 gennaio, 2010

Scrittori per il Primo marzo

venerdì 19 febbraio 2010

In questo momento mi sfugge chi sia stato a lanciare l'idea: fatto sta che un gruppo (sempre pù nutrito) di scrittori sta mettendo a dispozizione del Primo marzo pezzi del proprio lavoro: poesie, racconti, riflessioni raccolte in un "Fondo degli scrittori". Noi li ringraziamo di cuore e li pubblicheremo man mano.