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La Pala di Daouda

sabato 20 febbraio 2010

Corpi forti e scuri hanno trovato lavoro per i loro muscoli e sudano mentre ascoltano ogni tanto i rigurgiti del capoccia, in una strana lingua senza cantici, fatta solo di ordini e dinieghi, urlata da una parte, mugugnata dall’altra.

C’è tensione nell’aria, ogni sonno è all’erta. Le crepe sottili che preludono al crollo. Da un momento all’altro arriverà lo scricchiolio, il segnale di fuga.

Ecco il mondo nuovo, pieno di recinzioni, una scacchiera rigata dal filo spinato. E le pedine che si muovono in continuazione tra un confine e l’altro, guadagnandosi a fatica da vivere: colibrì disperati a baciare ogni fiorellino secco.

Daouda si alza dalla brandina molto prima dell’alba (chi non può darsi al lusso di rilassarsi mai non può dire che si sia svegliato), testa l’equilibrio del corpo, prova il peso dei muscoli, delle ossa, della nuova pelle conciata e aspra, delle cicatrici. Testa anche l’equilibrio sulla bicicletta, pedala tra arance e mandarini nella semioscurità fino ad arrivare – braccia tese, dita pronte – al campo dei pomodori.

La tensione invisibile diventa un ronzio nelle orecchie, i timpani premuti dal sangue come in un’improvvisa emersione. È l’odio ciò che emerge dal silenzio, rompe gli argini, sommerge quei campi ora tinti dal colore dei pomodori maturi, come ogni paio di occhi furibondi lo denuncia.

Si sentono spari secchi. Vicino a Daouda due uomini cadono, cosce e ginocchia perforate dai proiettili. Daouda si butta a terra e cerca di arrivare strisciando alla sua bici. Qualcosa non funziona questa mattina, c’è la guerra al posto della solita fatica. O meglio, c’è una fatica diversa, ciascuno deve raccogliere se stesso al posto dei pomodori.

Da dove partono gli spari? Da dietro gli ippocastani? Da una casupola in fondo al campo? Dai SUV parcheggiati sul ciglio della strada, come in un safari clandestino? E cosa vogliono quei cecchini? Uccidere? Ferire? Spaventare il gregge? Mandare un messaggio in quel codice morse altisonante?

In un salto Daouda inforca la bicicletta e parte. Appoggiata alla spalla ha una pala a mo’ di fucile. Gli spari e le urla non cessano. L’immigrato s’allontana dal campo di battaglia, la schiena un bersaglio sempre più difficile.

Sulla strada spunta un SUV nero, venendo contro di lui. Si ferma. L’uomo che lo guida cerca il fucile dietro il sedile. Daouda accelera, pedalando forte, le narici dilatate pompano l’aria fredda della terra del nemico. Una mano ferma sul manubrio, mentre l’altra alza il manico della pala. Quando l’autista, fucile in mano, si gira verso di lui, la pala colpisce il parabrezza, l’attraversa tra le schegge come il rumore di pelle che si strappa, di tamburo che si rompe, conficcandosi dove prima c’erano la bocca, le mascelle.

Come fa una pala a scavare un uomo? Lì dove non ci sono tesori, né radici, né tombe future? Cosa scava questa pala tra i frutti della terra?

Julio Monteiro Martins

Rapsodia in Giallo

Quasi tutti coloro che hanno avuto la buona o cattiva sorte di ritornare tra i vivi dicono che quando si scivola nel tunnel della morte si è come circondati da un immenso, rasserenante biancore.

Quale potrebbe essere invece il colore del risveglio dallo stato di coma e, per analogia, mettendola sul piano politico/sociale, il risveglio dal lungo torpore in cui è sprofondata gran parte della societa’ civile italiana negli ultimi 15 anni? Quale colore potrebbe essere in grado di fugare in men che non si dica l’algido candore del coma profondo in cui versa la nostra societa’ civile? Mi verrebbe da pensare a un bel giallo, ricco luminoso, solare che potrebbe anche mantenere tra le pieghe qualcosa di fresco, tipo il colore dei limoni.

Ebbene, questo è il colore che è toccato in sorte alla giornata Primo Marzo 2010: una giornata senza migranti, che si svolgerà in Italia come pure in Francia, Grecia, Spagna, rifacendosi a una simile iniziativa di successo organizzata nel 2006 negli Stati Uniti sulla scia del film di Arau “A Day Without Mexicans”, (Un giorno senza messicani).

Siamo stati abituati per piu’ di un secolo ad abbinare i colori alle ideologie politiche, qui in Italia principalmente il rosso il nero. Questa tendenza è stata interrotta negli anni 70-80 quando il movimento ecologista dei verdi fece irruzione nella società e, secondariamentenella scena politica, piazzandosi in posizione autonoma rispetto a politica e religione. Poi ci sono stati i vari arcobaleni (della pace in Italia rifacendosi alla Bibbia, la Rainbow Coalition tra gruppi etnici, o dei diritti GLBT negli USA). Gli arancioni di Rajneesh si rifacevano a simbologie induiste e il movimento indipendentista dell’Ucraina ha scelto lo stesso colore. Negli ultimi tempi il verde è stato riciclato e di conseguenza da noi in Italia è toccato in sorte il verde della Lega nord mentre invece in Iran è il colore dei sostenitori di Moussavi. Adesso in Italia il viola è stato scelto per simboleggiare l’ultima resistenza allo sfacelo della Costituzione, nonostante il fatto che in un paese cattolico faccia venire in mente la Quaresima.

Che rimestolio di simboli e di colori! I capovolgimenti sono tali da far perdere l’orientamento cromatico.

È interessante notare che il giallo, l’ipotetico colore del risveglio del coma, possiede sia valenze positive sia negative, e per me che provengo da due terre la situazione si ingarbuglia ulteriormente: sul piatto positivo della bilancia mi viene da collocare il sole (e lo sento già che in versione melo-stereotipata “Sta in fronte a te! Sta in fronte a me!”), le distese di grano frammezzate a papaveri rossi e fiordalisi azzurri,il “Yellow submarine” dei Beatles, quella specie di imbarcazione speranzosa che ci contiene tutti (“We all live in a yellow submarine”); sul piatto negativo il giallastro dell’itterizia di chi ha sofferto l’epatite virale, i morti ammazzati che popolano il genere letterario giallo, il giallo dei crumiri, mi ha ricordato un amico. Negli Stati Uniti addirittura la stampa gialla, certo giornalismo sensazionalista che in un certo momento ha favorito movimenti guerrafondai. Per non parlare poi del famoso “yellow ribbon” (nastro giallo) che a scelta potrebbe simboleggiare un augurio di ritorno a casa delle truppe sparse per terre straniere, il simbolo di fedeltà di una moglie e del suo entusiasmo per il ritorno a casa del marito detenuto (“Tie a yellow ribbon round the old oak tree”), o spaziando verso le Filippine , il colore scelto da Cory Aquino nella lotta contro Marcos.

Esiste poi, storicamente, anche il giallo dell’emarginazione, basti pensare alla stella di David gialla che furono costretti a portare gli ebrei durante le persecuzioni naziste o il segnale di pericolo della bandiera gialla che veniva issata secoli prima sulle imbarcazioni in cui c’erano gli appestati o, più tardi, i malati di colera.

Oggi in Italia in un certo senso il giallo del primo marzo abbraccia le due valenze: il sole e un auspicabile risveglio della società che aspira a un nuovo modo di vivere insieme da un lato, e dall’altro la riscossa degli emarginati, degli appestati e degli ebrei di oggi che provengono prevalentemente dal sud del mondo e qualche volta anche dall’est. Arrivati ad una condizione di sfibramento da denigrazione, sfruttamento e ostilità, specialmente qui in Italia, i migranti oggi ci dicono: e vabbuo’ volete la nostra invisibilità, volete godere dei frutti del nostro lavoro e della nostra immaginazione ma senza il fastidio di dover riflettere su come si potrebbe vivere insieme in maniera equa? Ebbene noi ci renderemo invisibili per un giorno perché siamo noi a deciderlo, non ci vedrete nei luoghi di lavoro, degli acquisti, dell’amministrazione, dei commerci , per un giorno sarà “No business as usual” e al nostro posto troverete la grande macchia gialla di una fetta della popolazione, che abbraccia migranti e stanziali e che si impegna, e non solo oggi, ma nel lungo termine, a far sparire questa odiosa separazione tra “noi” e “loro”.

La parola “invisibilità”, ricorre nelle testimonianze dei lavoratori africani di Rosarno, che lamentano in una lettera “ “Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese. Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza” [...] Dovrebbe far riflettere il fatto che questa condizione di invisibilità caratterizzava anche l’esistenza degli afro-americani solo qualche anno prima che nascesse il movimento per i diritti civili, e non a caso, nel 1953 esce il libro dell’autore afro-americano Ralph Ellison intitolato “Invisble Man” il cui protagonista vive in angolo dimenticato della cantina di un palazzo per soli bianchi. In questo posto segreto, rubando l’elettricità all’edificio egli crea un ambiente illuminato da 1369 lampadine (la sua macchia gialla). Dice, “Il mio buco è caldo e pieno di luce. Sí pieno di luce. Dubito che esista un posto più luminoso in tutta New York, compresa Broadway”. Spiega poi che la luce è per lui una necessità intellettuale dal momento che “la verità è luce e la luce è verità”. Pochi anni dopo la pubblicazione di questo libro, nel 1955, nasce e si espande rapidamente il movimento per i diritti civili degli afro-americani la cui potenza ed il cui impatto sulla società statunitense sono noti in tutto il mondo.

Dall’invisibilità alla luce: ci auguriamo che questa analogia sia foriera della nascita di un movimento di notevoli proporzioni in tutta Europa per un nuovo modo di vivere insieme. Che il Primo Marzo 2010 danzi al ritmo di una Rapsodia in giallo il cui volume sommerga il cadenzato passo marziale che da un po’ caratterizza la colonna sonora del BelPaese!

Pina Piccolo

Anfibi rasati

Razza superiore,

In tuo nome
Calci e botte
Le ossa rotte

Il sangue scorre lontano
Dal mio corpo tremante
E la mia vita muore.

Uomo di pelle nera
Non bestia
Se pure trattato come tale.

Uomo
Senza difesa aggredito
Scaraventato.

La mano di mio fratello
Si scaglia con tanta violenza

La mano di Caino si abbatte
Sul corpo di Abele

Ieri le carezze di mia madre
Riscaldavano il mio cuore

Oggi il tuo calcio di uomo
Cancella la mia mente.

Hamid Barole Abdu
(Akhria - io sradicato poeta per fame, 1996)

Abbiamo smarrito il senso della nostra storia*

Sprofondati sui nostri divani, li osserviamo mentre fuggono scacciati da Rosarno.
Noi vagamente impegnati nei propositi buoni per smaltire gli stravizi alimentari delle feste, le nostre pattumiere appena svuotate da chili di pane, panettoni e cibi che li avrebbero nutriti per un mese almeno, lì nei baracconi dismessi, dove non cercavano riparo nemmeno gli animali.
Sfilano le immagini nelle nostre case comode - magari incompiute, frutto di sacrifici - di quei lager più vergognosi forse di quelli nazisti.
Noi che sprechiamo acqua come nessuno in Europa, qui nella terra dei profumi - agrumi spremuti a sangue? - li vediamo improvvisare un muro di vecchi copertoni d’automobile e qualche calderone d’acqua calda, pur di riuscire a lavare via fatiche inimmaginabili.
Noi che siamo stati emigrati, che siamo fuggiti, che abbiamo conosciuto il razzismo degli altri, ci chiediamo ora cosa abbiamo fatto per impedire questo strazio.
Noi, eredi degli emigrati che sono stati chiamati gipsy, zingari, «razza maledetta», «uccisori di Cristo», noi abitatori di una terra, in passato, chiamata “Africa” o “India”, noi nipoti e figli di uomini vissuti nelle baracche e morti nelle miniere, pensiamo mai ai sentimenti di tutta questa umanità dolente?
Siamo eredi di mille popolazioni “straniere”, abitiamo una terra crogiuolo di popoli, ma non li abbiamo trattati come uomini.
Dell’ospitalità facciamo vanto e retorica, proclamiamo l’odio per ogni forma di violenza, noi che comprendiamo la paura della gente di Rosarno e la sua irritazione per la “guerriglia” degli immigrati, noi che non pensiamo che siamo diventati improvvisamente razzisti, noi che abbiamo contribuito con la nostra ipocrisia, i nostri silenzi, le nostre complicità a trasformare queste persone in fiere arrabbiate, ma forse le bestie inferocite siamo proprio noi, pronti a braccare, o ad applaudire chi stana le prede.
Noi figli dei contadini che hanno occupato le terre, noi che abbiamo sfilato nella piana contro i caporali e abbiamo pianto Giuseppe Valerioti, ucciso dalla ndrangheta, abbiamo perso la memoria, smarrito il senso della nostra storia.
Noi che abbiamo cercato pane e lavoro in tutto il mondo, li guardiamo fuggire su un pullman, scortati dalla polizia per evitare il linciaggio.
Noi “fieri” e “forti calabresi”, noi che gliela abbiamo “fatta pagare a questi sporchi negri”, noi che “abbiamo liberato il territorio dalla feccia dell’umanità”, quando e perché abbiamo accettato di perdere la libertà, siamo caduti sotto il governo della ndrangheta, che manipola le nostre vite, le nostre case, i nostri legami, le nostre passioni?
[...]. Noi che non abbiamo dubbi e noi che non abbiamo certezze, troviamo il coraggio di fissare questa pagina dolorosa della nostra terra che evoca, e non sembri un’esagerazione, l’eccidio dei Valdesi voluto dagli oppressori del passato.
Noi che ci lamentiamo e non ci ribelliamo, che conosciamo la retorica e le perversioni dell’onore e magari manteniamo ancora il senso della dignità e proviamo vergogna, troviamolo il coraggio di ringraziare questi emigrati che sono fuggiti muti e increspati come le nubi di questi giorni che hanno cancellato le nuvole bionde e sorridenti della Piana.
Chiediamoci noi – tanto e tale è il disagio - che idea abbiamo di questo noi, chi siamo diventati, noi. E come sarei tentato di chiamarmi fuori da questo noi!

*Vito Teti, pubblicato su “Il Quotidiano della Calabria” di lunedì 11 gennaio, 2010

Scrittori per il Primo marzo

venerdì 19 febbraio 2010

In questo momento mi sfugge chi sia stato a lanciare l'idea: fatto sta che un gruppo (sempre pù nutrito) di scrittori sta mettendo a dispozizione del Primo marzo pezzi del proprio lavoro: poesie, racconti, riflessioni raccolte in un "Fondo degli scrittori". Noi li ringraziamo di cuore e li pubblicheremo man mano.

AMREF per il Primo Marzo

giovedì 18 febbraio 2010

AMREF, principale organizzazione sanitaria no profit attiva in Africa, appoggia lo sciopero degli stranieri indetto in tutta Italia per il prossimo primo marzo. Una grande manifestazione non violenta per far capire all'opinione pubblica italiana quanto sia determinante l'apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della società.


AMREF lavora in Africa da più di mezzo secolo affinché i diritti umani – in particolare quello alla salute – diventino una realtà quotidiana per tutti. Siamo convinti che essi siano un valore universale e che debbano essere tutelati e garantiti in Africa come in Italia, con particolare attenzione a chi – ovunque – si trova in una situazione di svantaggio economico, sociale o culturale.

Aderisce la FIOM

La Fiom aderisce all’iniziativa promossa dal “coordinamento nazionale 1° marzo”, in occasione di analoghe mobilitazioni che si svolgeranno in altri paesi europei, contro ogni forma di discriminazione e di negazione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori stranieri.
Forme e modalità di partecipazione alle iniziative previste saranno definite dalle organizzazioni territoriali tenendo conto delle diverse situazioni esistenti nel paese.
Fraterni saluti.
La Segreteria nazionale

No Razzismo Day sostiene il Primo Marzo

NO RAZZISMO DAY aderisce a 1° Marzo 2010 un giorno senza di noi e sostiene la battaglia dei lavoratori migranti per parità di diritti umani e civili. Invitiamo tutti i fan di No Lega Nord Day,organizzazione promotrice della Manifestazione ANTIRAZZISTA del 6 marzo a Milano NO RAZZISMO DAY, A PARTECIPARE AI CORTEI, AI PRESIDI E ALLE MANIFESTAZIONI INDETTE IN TUTTO IL PAESE DAL COMITATO 1° MARZO. No Razzismo Day adotta come colore ufficile della manifestazione il giallo, in segno di appoggio e solidarietà alla lotta dei lavoratori migranti.
Luigi Grimaldi, coordinatore di No Razzismo Day.

L'adesione del PSI

Riceviamo da Roberto Biscardini, segretario provinciale del PSI Lombardia.
«Il partito Socialista Italiano, nato e da sempre in difesa dei lavoratori, il primo marzo vuole essere presente insieme ai cittadini immigrati e alle forze progressiste per riaffermare il suo senso di solidarietà e umanità verso un tema importante e coinvolgente come quello dell’immigrazione. L’immigrazione è un tema che coinvolge tutti noi, il nostro paese il nostro futuro.
Da sempre puntiamo il dito contro politiche sbagliate e disumane sull’immigrazione,
Noi siamo solidali con chi ha scelto l’Italia per lavorare e costruire il proprio futuro contribuendo alla crescita generale del nostro paese. Quella dell’immigrazione è una realtà tangibile, oggi la maggior parte della mano d’opera nelle diverse realtà di lavoro è occupata dagli immigrati, ciò dovrebbe farci riflettere sull’importanza di questo fenomeno. le politiche del attuale governo su questo tema sono fallimentari, le cronache di questi giorni e non solo, dimostrano l’incapacità dei governanti locali e nazionali nell’affrontare le problematiche derivanti dalla realtà dell’immigrazione. Le azioni e politiche sbagliate intraprese dai politici e amministratori locali non solo non hanno risolto ma hanno creato tensioni tra i cittadini, inducendo molti a intraprendere azioni offensive gravi che hanno macchiato il nostro senso civile di fronte alla comunità internazionale.
Il partito Socialista Italiano lotta per cancellare ogni forma di discriminazione e di odio nei confronti di chiunque vive nel nostro paese.
Aderiamo volentieri a questa giornata per camminare insieme, per costruire una società civile, solidale e di pace».

Militari e carabinieri al Naga. A che pro?

Pubblichiamo integralmente questo lancio dell'agenzia Redattore Sociale.

Dopo quasi 10 anni di attività, oggi i volontari, al momento dell’apertura del Naga-Har, hanno trovato due militari e un carabiniere. Massarotto: “Controllo immotivato di una realtà che si occupa della difesa dei diritti di una categoria vulnerabile”
MILANO – Per la prima volta, dopo quasi 10 anni di attività, oggi pomeriggio i volontari del Naga hanno trovato, al momento dell’apertura del Naga-Har (centro di assistenza e socializzazione per richiedenti asilo e rifugiati) una camionetta dell’esercito con due militari e un carabiniere. Le forze dell’ordine hanno chiesto l’esibizione del permesso di soggiorno a tutti i cittadini stranieri presenti che, in quanto richiedenti asilo e rifugiati, ne erano in possesso. Non è stato, inoltre, giustificato in alcun modo il motivo della “visita”.
“Il Naga esprime estrema preoccupazione di fronte a quanto accaduto: un controllo immotivato ed invasivo di una realtà che si occupa di tutela e difesa dei diritti di una categoria particolarmente vulnerabile”, ha commentato Pietro Massarotto presidente del Naga. “Erano già lì quando abbiamo aperto - racconta una volontaria -. Hanno chiesto documenti ai ragazzi stranieri, ed erano tutti a posto. Non sono entrati e non hanno chiesto nulla a noi. Non c'è stato nessun verbale”.
“Ieri abbiamo assistito all’oscena persecuzione nei confronti dei cittadini rom sgomberati da Segrate e poi inseguiti ovunque si fermassero per trovare un rifugio. Oggi la ‘visita’ al nostro Centro: tutto ciò contribuisce a creare un clima di paura, violenza e discriminazione e a rendere l’aria di questa città sempre più irrespirabile”, dichiara Italo Siena fondatore del Centro Naga-Har. “Inoltre quello che ci colpisce è come questi ‘episodi’ avvengano nell’indifferenza più totale”.
(is)

Via Padova, la città in cui speriamo

mercoledì 17 febbraio 2010

Questo è l'editoriale pubblicato su Incrocinews, il giornale on line della Curia di Milano, a proposito dei fatti di via Padova.

Quanto accaduto nei giorni scorsi in via Padova è un episodio grave e bisognoso di approfondimento. L’aggressione e la morte di un giovane, il conflitto etnico tra bande rivali, le reazioni violente che ne sono seguite, denunciano una situazione da leggere nella sua complessità con lucidità di giudizio e senza fermarsi al cono d’ombra dei fatti delittuosi. L’uccisione si colloca in uno scenario di diffuso disagio sociale che, complice l’indifferenza di chi avrebbe potuto intervenire prima ma non lo ha fatto, perdura da tempo ed è destinato a rimanere tale fintantoché non si deciderà insieme di voltare pagina e ristabilire le condizioni per una normale e costruttiva convivenza civile.
La prima parola è la ferma condanna della violenza. Non accettiamo di assistere inermi a questa spirale di aggressività: morire in questo modo è, oltre che drammatico, assurdo. Nemmeno vogliamo addomesticare il cuore e i sensi all’abitudine per la violenza posta quotidianamente sotto i nostri occhi; continuiamo a operare per l’edificazione di una città aperta e umana, capace di coniugare sicurezza e integrazione.
Abbiamo ascoltato in questi giorni interventi istituzionali limpidi, capaci di richiamare con severità ed equilibrio ai valori che fondano la convivenza, ma anche al consueto e triste gioco politico di parte, nel quale i problemi reali vengono puntualmente sacrificati sull’altare della ricerca del consenso elettorale. I media con alcuni servizi hanno cercato di entrare con discrezione ed intelligenza nella situazione concreta del quartiere e dei suoi abitanti, mentre con altri hanno offerto spettacolarizzazioni non rispettose della verità dei fatti e delle persone. Sembra per questo necessario mantenere quella pacata ragionevolezza che, consapevole della gravità dell’accaduto, non desiste dal ricercare la giusta misura delle cose e non si lascia prendere dall’emotività, dai giudizi affrettati e dall’illusione che esistano soluzioni drastiche e immediate per risolvere i conflitti.
Dieci anni fa proprio in via Padova l’uccisione di un gioielliere e di un tabaccaio coronavano nel sangue una tristissima stagione di violenza e degrado per il quartiere e per l’intera città. Allora criminali e vittime erano italiani: in qualche modo i nuovi arrivati si sono sostituiti ai delinquenti locali.
A ben vedere il problema principale non riguarda, quindi, solo la criminalità organizzata, ieri, o l’immigrazione non governata, oggi, ma anche il degrado del tessuto civile del quartiere. Quando un territorio, un lembo di città non è governato con lungimiranza, ma abbandonato alle logiche infernali dell’incuria, della lacerazione, della prepotenza diventa facilmente terreno di coltura per le patologie più gravi del disagio sociale.
Per quanto riguarda le sfide dell’immigrazione, da tempo la Chiesa Ambrosiana cerca di promuovere un’ articolata riflessione e indicare alcune linee costruttive. Risuonano oggi come molto opportune le parole pronunciate dall’Arcivescovo nel Discorso di S. Ambrogio del 2008: «Occorre, con una visione complessiva del fenomeno, guardare agli immigrati non solo come individui, più o meno bisognosi, o come categorie oggetto di giudizi negativi inappellabili, ma innanzitutto come persone, e dunque portatori di diritti e doveri: diritti che esigono il nostro rispetto e doveri verso la nuova comunità da loro scelta che devono essere responsabilmente da essi assunti. La coniugazione dei diritti e dei doveri farà sì che essi non restino ai margini, non si chiudano nei ghetti, ma - positivamente - portino il loro contributo al futuro della città secondo le loro forze e con l’originalità della propria identità».
Da parte dei milanesi occorre riconoscere in questi anni un preoccupante calo della tensione morale e civile e la conseguente fatica a trasmettere la solidità di un ethos pubblico condiviso e normativo. Non è forse ancora più necessario oggi tornare a conoscere, rispettare, apprezzare le regole, i valori, il senso delle istituzioni e delle tradizioni civili? Su quale base comune costruire altrimenti una convivenza coi nuovi arrivati?
Se cresce ormai positivamente la consapevolezza che la via da percorrere è quella dell’integrazione, resta ancora equivoco il senso da attribuire a questa espressione. Per alcuni coincide sostanzialmente con l’“adeguamento integrale” di altri ai nostri modi: di parlare, di vivere, di agire, di consumare… In buona sostanza con l’omologazione. In realtà un’autentica integrazione suppone anzitutto conoscenza, dialogo, ascolto a partire dalla riscoperta delle proprie radici, così che le diverse componenti dell’unico corpo sociale possano contribuire, ciascuna con la propria originalità, al bene comune e al volto di una città migliore.
L’albero buono si riconosce dai frutti buoni, ma di fronte a frutti cattivi occorre scendere in profondità e risanare le radici: ripartire dalla famiglia. Essa, come sottolinea Benedetto XVI, «è un fondamento indispensabile per la società e per i popoli, e anche un bene insostituibile per i figli. È nel focolare domestico che s'impara a vivere veramente, a valorizzare la vita e la salute, la libertà e la pace, la giustizia e la verità, il lavoro, la concordia e il rispetto» (Discorso al VI Incontro Mondiale delle Famiglie di Città del Messico). A tutte le famiglie, italiane o immigrate, occorre assicurare quanto è necessario a una vita dignitosa, per sé e i propri cari, e così assolvere al proprio compito sociale: casa, scuola, lavoro, assistenza per bambini, anziani, disabili e malati. Non sarebbe tempo di prendere in seria considerazione l’urgenza dei ricongiungimenti familiari?
In particolare le prime vittime di una politica paralizzata dalla ricerca del consenso e poco audace nel progettare, realizzare, governare la “metropoli” del presente e del futuro sono le giovani generazioni. C’è forse vera differenza fra il disagio violento, tribale e rancoroso delle gang etniche e quello più narcisistico, autodistruttivo e spietato dei giovani “bene”? La sfida educativa nei confronti dei giovani, ancora più acuta nel contesto della seconda generazione di immigrati, è davvero centrale per le famiglie e per le altre agenzie educative. Giustamente la riflessione dei sacerdoti del decanato di Turro, in cui è situata via Padova, sottolinea la preziosità dei luoghi di educazione giovanile come le scuole, gli oratori e le comunità cristiane. Realtà già presenti, ma bisognose di ulteriore sostegno. Perché non promuovere per davvero un “esercito” di educatori piuttosto che di militari?
Partiamo dal riconoscimento e dal sostegno dei molti segni di speranza e delle diverse realtà vive del quartiere: i cittadini che scelgono positivamente di abitarvi, le comunità cristiane con le loro attività, le forze politiche, sociali e culturali che mantengono un legame col territorio, i commercianti, le scuole, le associazioni di volontariato.
Segno di speranza è anche la Messa celebrata per il Decanato domenica 7 febbraio dal Cardinale Tettamanzi insieme a più di 1500 persone. Chi vi ha partecipato ha potuto sperimentare un momento di autentico entusiasmo popolare, il ritrovato orgoglio di abitare il quartiere, la bellezza della fede e dei legami di fraternità che essa genera. Insomma, non un gesto isolato, ma la rivelazione di quel volto autentico della città per cui vale la pena lottare, amare e vivere, al quale si richiamava quel giorno l’Arcivescovo concludendo la sua omelia: «Di fronte a una società che ne è povera, la comunità cristiana si presenti invece come il luogo nel quale la speranza continuamente sorge e viene offerta, a tutti e a ciascuno, attraverso la testimonianza di un amore misericordioso».

Mandarini e olive non cadono dal cielo

lunedì 15 febbraio 2010

Quello che segue è l'intervento che i lavoratori africani di Rosarno che sono a Roma
hanno preparato per una conferenza stampa che si è tenuta nella Capitale. Nel corso della conferenza stampa, i lavoratori di Rosarno hanno detto che intendono aderire e sostenere il progetto Primo Marzo 2010.

«In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l’Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma.
Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti. Lavoravamo in condizioni disumane.
Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità.
Il nostro lavoro era sottopagato.
Lasciavamo I luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche.
A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare.
Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica.
Eravamo, da molti anni, oggetto di discriminazione, sfruttamento e minacce di tutti i generi.
Eravamo sfruttati di giorno e cacciati, di notte, dai figli dei nostri sfruttatori.
Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie... prelevati, qualcuno è sparito per sempre.
Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l’interesse di qualcuno. Abbiamo continuato a lavorare.
Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani.
Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese.
Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza.
La gente non voleva vederci. Come può manifestare qualcuno che non esiste?
Le autorità e le forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla città perché non eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a darci la caccia, a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre di caccia all’uomo.
Siamo stati rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle città del Sud.
Noi siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto dove dormire, senza I nostri bagagli e con I salari ancora non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori.
Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono.
Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all’Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze.
Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste:
- Domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motive umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada.
- Vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità».

Traduzione in francese
Les mandarines et les olives ne tombent pas du ciel
«En ce jour, 31 janvier 2010, nous nous sommes reunìs pour constituire l’Assemblèe des Travailleurs Africains de Rosarno à Rome.
Nous sommes les travailleurs qui ont été obligè de quitter Rosarno, après avoir revendiqué leurs droits. Nous travaillions dans des conditions inhumaines.
On vivait dans des usines abandonnèes sans eau nì electricité.
Notre travail ètait mal payé.
On quittait les lieux où on dormait chaque matin à 6 heures pour ne rentrer que le soir à 20 heures pour 25 euro que ne finissaient pas tous dans nos poches.
Dès fois on ne reusissait meme pas après une journée de dur labeur à nous faire payer .
On rentrait les mains vides, le corps plié par la fatigue.
Nous etions depuis plusieurs annèes, objects de discriminations, d’exploitations et de harcélements de tous genres.
Nous etions exploitès le jour et chassès la nuit par les enfants de nos exploiteurs.
Nous ètions bastonès, harcelès, braquès comme des bêtes... enlevès, quelqu’un de nous est à jamais disparu.
On nous a tirè dessus, par jeu ou pour l’interèt de quelqu’un - nous avons continuèà travailler.
Avec le temps nous ètions devenus des cibles faciles. On en pouvait plus. Ceux qui n’ètaient pas blèssaient par des coups de feu ètaient blessès dans leur humaine dignitèe, dans leur orguiel d’ètre humain.
On en pouvait plus d’attendre une aide qui ne serait jamais arrivèe parce que nous sommes invisibles, on n’existe pas pour les autoritèe de ce pays.
Nous nous sommes fait voir, nous sommes descendus dans la rue pour crier notre existence.
Les gens ne voulaient pas nous voir. Comment quelqu’un qui n’existe pas peut manifester?
Les autoritès et les forces de l’ordre sont arrivèes et ils nous ont dèportè de la ville parce que nous n’ètions plus en securitè. Les gens de Rosarno se sont mis à nous chasser, à nous lyncher cette fois-çi organisès en vraies et propres èquipes de chasse à l’homme.
Nous avons été enfermès dans des centres de detention pour immigrès. Beaucoup y sont encore, d’autres sont retournès en Afrique, autres èparpillès dans certaines villes du Sud.
Nous, nous sommes à Rome. Aujourd’hui nous sommes sans travail, sans un lieu où dormir, sans nos bagages, nos salaries encore impayès entre les mains de nos exploiteurs.
Nous disons que nous sommes des acteurs del a vie èconomique de ce pays duquel les autoritèes ne veulent ni nous voir ni nous entendre. Les mandarines , les olives et les oranges ne tombent pas du ciel. Ce sont des mains qui les cueillent.
Nous avions rèussi à trouver un travail qu’on a perdu parce que tout simplement on a demandè d’ètre traitè comme des ètres humains. Nous ne sommes pas venus en Italie pour faire les touristes. Notre travail et notre sueur servent à l’Italie comme ils servent à nos familles qui ont placè beaucoup d’espoir en nous.
On demande aux autoritès de ce pays de nous voir et d’entendre nos requètes:
- Nous demandons que le permis de sèjour pour motif humanitaire concèdè aux 11 africains blessès a Rosarno soit conceder aussi à nous tous victimes d’exploitations et de notre condition irrèguliere qui nous a laissè sans travail, abandonnès et oubliès dans la rue.
- Nous voulons que le gouvernement de ce pays prenne ses responsabilitèes et nous garantisse la possibiltè de travailler dignement».

Novantadue "strigliate" da parte dell'Onu: vi sembran poche?

Riceviamo questo comunicato da da Luigi Grimaldi (coordinatore del movimento No Lega Nord, promotore della giornata No Razzismo Day (che si terrà il prossimo 6 marzo a Milano.

«Il Consiglio dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite ieri ha emesso a Ginevra il rapporto di raccomandazioni sull'Italia, frutto dell'esame periodico universale (Epu) svoltosi il 9 febbraio in presenza del sottosegretario agli esteri Vincenzo Scotti e a cui è sottoposto ogni paese dell'Onu.
In tutto sono ben 92 le raccomandazioni formulate all'Italia, relativamente al pacchetto sicurezza, criminalizzazione degli immigrati irregolari, status dei minori e dei detenuti. "Uno schiaffo senza precedenti al governo Berlusconi in tema di mancato rispetto dei diritti umani non solo in tema di immigrazione" E' il giudizio espresso in una nota diffusa dagli organizzatori di No Razzismo Day, la protesta nazionale antirazzista programmata a Milano per il prossimo 6 marzo. "Si tratta in gran parte violazioni che non sarebbero state compiute se si fosse applicato lo spirito e la lettera della costituzione. Di questo passo finirà che dovranno venire i caschi blu per ripristinare la legalità costituzionale nel Paese". La commissione Onu ha infatti eccepito, in relazione ai diritti umani, non solo su temi inerenti l'immigrazione e il razzismo ma anche in tema di pluralità e indipendenza dell'informazione e espresso preoccupazione per l'indipendenza della giustizia. Si tratta esattamente degli stessi temi che hanno dato origine alla straordinaria mobilitazione indetta dalla società civile, da nord a sud del paese, e che sfocerà nelle manifestazioni indette per il 27 febbraio a Roma dal Popolo Viola e dai gruppi "No Lega Nord" il 6 marzo a Milano (No Razzismo Day) sui temi dei diritti umani, civili e contro il razzismo. "Siamo certi - hanno dichiarato in una nota gli organizzatori di No Razzismo day - che sia in atto nel Paese una autentica rivolta morale in difesa della Costituzione. Non è un caso che senza accordi preventivi, ma quasi contemporaneamente, siano state indette quattro grandi manifestazioni nazionali di protesta che ricalcano gli stessi contenuti dei rilievi mossi oggi dall'Onu al Governo Italiano. Ecco dunque riconosciute a livello internazionale le ragioni di proteste come quello contro il legittimo impedimento (il 27 febbraio a Roma), Il Razzismo ( il 6 marzo a Milano con il No Razzismo day) e il No Mafia Day a Reggio Calabria il successivo 13 marzo. Iniziative che si sommano alla storica protesta "un giorno senza di Noi, sciopero degli stranieri" contro le discriminazioni, organizzato in tutta italia con varie modalità - prosegue la nota - dai lavoratori immigrati il 1* Marzo".
Molte delle raccomandazioni espresse dall'organo delle Nazioni Unite chiedono all'Italia di accrescere la lotta al razzismo e alla discriminazione, nei confronti dei Rom in particolare. L'Italia deve inoltre agire per favorire l'integrazione interculturale, favorire la parità tra uomo e donne, lottare contro l'istigazione all'odio. "In pratica - conclude la nota dei promotori di No Razzismo Day - bisognerebbe allontanare dal Governo la Lega Nord col suo fardello xenofobo e discriminatorio. E' evidente infatti l'anomalia italiana. In tutta europa esistono partiti (anche consistenti) con le medesime tendenze fascistoidi e xenofobe, ma in nessun paese sono stati accettati al governo come invece è avvenuto in Italia".

Se una legge trasforma la solidarietà in reato*

sabato 13 febbraio 2010

Come sicuramente molti tra i visitatori di questo blog sapranno, martedì scorso è stato arrestato il nostro referente di Siracusa, padre Carlo D'Antoni, un uomo coraggioso e generoso, da molti anni schierato a fianco dei più deboli e impegnato nell'accoglienza dei migranti, e che non ha esitato a denunciare la situazione di degrado e sfruttamento (ancora più grave probabilmente di quella di Rosarno) che si è venuta a creare nelle campagne intorno a Cassibile (una frazione di Siracusa).
Le accuse formulate nei suoi confronti hanno lasciato increduli non solo noi di Primo Marzo 2010 ma tutto il mondo associativo, la Chiesa e le persone che hanno avuto la fortuna, in questi anni, di entrare in contatto con padre Carlo e conoscere il suo lavoro nella parrocchia di Bosco Minniti. Scrivo questo post poche ore dopo essere stata lì, in visita, e sono ancora emozionata e commoss. Ho partecipato a una riunione (già programmata) con il gruppo di Siracusa e con quello di Catania e ho visto con i miei occhi la famosa chiesa in cui l'altare è stato spostato per dare un posto e un ricovero a chi non ha un tetto sotto cui ripararsi. Ho visto con i miei occhi i ragazzi di padre Carlo (molti arrivano da Rosarno) e anche la processione di persone attonite venute a dare una mano dopo aver saputo dell'arresto. Persone di ogni tipo, in molti casi volontari o fedeli che da tempo non si erano più visti a Bosco Minniti ma che, dopo una notizia così sconvolgente, sono corsi a dare la loro testimonianza, e lo hanno fatto nel modo più congruo rispetto al carattere di Carlo e dei suoi collaboratori: attraverso le opere.
In questo momento il gruppo di Siracusa, che stava programmando molte e belle iniziative per il Primo marzo, coinvolgendo anche tantissimi immigrati, si trova in grosse difficoltà. Non solo perché è momentaneamente "assente" la principale guida spirituale e organizzativa, ma anche perché i materiali prodotti, le risorse finanziarie e molte altre cose sono al momento inaccessibili. Per questo invito tutti gli altri gruppi a solidarizzare e a dare una mano, nella misura che riterranno praticabile. Cliccando qui e qui troverete due articoli che permetteranno di inquadrare meglio la figura di padre Carlo.
La giustizia deve sicuramente fare il suo corso, ma da parte nostra esiste la convinzione dell'assoluta innocenza di padre Carlo. Se una colpa è stata commessa a Bosco Minniti è stata quella di praticare in modo radicale il principio cristiano dell'accoglienza.,Nello specifico, di dare un domicilio a chi non lo aveva e en aveva bisogno per avviare l'iter legale di regolarizzazione. Sappiamo bene che,oggi, anche per effetto della perversa saldatura che si è prodotta tra razzismo istituzionale e razzismo popolare, questa pratica nel nostro Paese può diventare un reato, nonostante da più parti si invochi la difesa delle radici cristiane. E' un paradosso che, in un Paese che si professa cristiano, praticare il cristianesimo possa diventare un reato. Il problema però evidentemente è a monte. Se una legge, da un lato, produce clandestinità (e c'è un'ampia letteratura che dimostra che questo ha fatto, sino ad ora, la Bossi-Fini, e che le cose stanno andando ancora peggio da quando è in vigore il famigerato pacchetto sicurezza) e, dall'altro, trasforma la solidarietà in illegalità, evidentemente, è da ripensare.

*Stefania Ragusa (presidente di Primo marzo 2010)

FIM Nazionale aderisce al 1° Marzo

venerdì 12 febbraio 2010

1° MARZO, UNA GIORNATA SENZA DI NOI siamo tutti stranieri

Ci sentiamo stranieri in questo paese, un paese nel quale essere irregolare è reato per legge e, paradossalmente, la condizione di irregolarità (2/3 dei 4 milioni di immigrati che vivono e lavorano in Italia sono stati irregolari) è da ascrivere a regole inique ed inadeguate che la legge prevede (a partire dalla Bossi Fini).

L’immigrazione è lo specchio delle nostre difficoltà. I fatti di Rosarno, ultimi di una lunga serie, ne sono una efficace testimonianza. L’alta e persistente incidenza del lavoro nero in settori di attività e aree del paese, l’inaccettabile presenza di lavoro schiavo, in un paese che si definisce avanzato, la pervasività della criminalità organizzata sono gravissimi problemi della società italiana.

I migranti, al pari degli ultimi, dei più deboli, sono vittime di questo stato di cose.

Vittime e non criminali, come una parte della politica e dei media li rappresenta. Riteniamo che alimentare logiche di consenso fondate sulla paura dell’altro sia un atto di grave e inaccettabile irresponsabilità, che può causare possibili derive razziste e xenofobe in luogo del reciproco riconoscimento, necessario presupposto di qualsiasi idea di integrazione.

1° MARZO, UNA GIORNATA SENZA DI NOI evocare un’assenza per riconoscere una presenza

L’assenza di riconoscimento, l’assenza di reali politiche di integrazione e di diritti di cittadinanza a partire dal diritto di voto, l’assenza di un governo del fenomeno che non si traduca nel rifiuto, nei respingimenti, per terra, per mare, e nelle coscienze dei migranti sono realtà che non possiamo accettare.

Migranti e non, donne e uomini, ci sentiamo persone dotate di pari dignità e diritti.

Per questo crediamo che sia giusta e condivisibile l’idea di una giornata di mobilitazione, con un forte impatto simbolico e con una dimensione europea, che possa unire, non solo sul web, tutti coloro che si sentono stranieri, estranei, a questo stato di cose e vogliono impegnarsi perché, a partire dal basso, si affermi una visione positiva dell’immigrazione, basata su un reciproco riconoscimento non solo della sua utilità economica, ma anche sociale, culturale e civile. I migranti contribuiscono alla crescita del capitale sociale del nostro paese, così come i tanti emigranti italiani hanno contribuito alla crescita di tanti altri paesi, in Europa e nel mondo.

Condividiamo l’idea di mobilitare insieme italiani e stranieri ma insieme crediamo che, oggi, lo sciopero, inteso come astensione dal lavoro, sia, per il raggiungimento dei nostri fini, uno strumento inadatto: perchè rischia di dividere invece di unire ed anche perchè l’esercizio di questo diritto è di difficile realizzazione da parte dei più deboli (ed i migranti lo sono, anche nel mondo del lavoro).

Aderiamo e ci impegniamo, pertanto come Fim-Cisl nazionale, a promuovere nei territori le altre forme di mobilitazione nonviolenta proposte dai promotori (dallo sciopero bianco e sostegno a progetti di cosviluppo allo sciopero degli acquisti e dei consumi, alla partecipazione a presidi e spettacoli ecc.) che assicurino massima visibilità all’iniziativa, anche attraverso l’adozione del colore giallo, nei luoghi di lavoro e sul territorio.



La Segreteria Nazionale
Fim Cisl
Roma, 8 febbraio 2010