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Le donne protagoniste dell'immigrazione

venerdì 5 marzo 2010

Si è soliti dire che le donne sono l’altra metà del cielo. Anche rispetto ai circa 200 milioni di migranti nel mondo la metà sono donne, anzi, in alcuni contesti o con riguardo a certe nazionalità, le donne sono più numerose degli uomini. Il numero delle donne migranti, infatti, è cresciuto non solo come cifra netta ma anche come percentuale rispetto all’ammontare totale della popolazione migrante. La tendenza alla femminilizzazione dei flussi migratori è in atto da diversi anni ed è un fenomeno in crescita costante.L’Italia non fa eccezione: stando ai dati Istat aggiornati al 1° gennaio 2009, i più recenti di cui disponiamo, rispetto ai 3.891.295 cittadini stranieri residenti, 1.913.602 sono di sesso maschile e 1.977.693 di sesso femminile. La situazione si conferma anche in Sardegna: gli stranieri residenti sono 29.537; gli uomini sono 13.411 mentre le donne sono 16.126, cioè più della metà, una percentuale pari al 54,6%. In Provincia di Sassari questa percentuale è ancora più alta: su una popolazione di stranieri residenti di 4.900 persone 1.994 sono di sesso maschile e 2.906, il 59,3%, sono di sesso femminile.Sono dati questi, che la maggior parte di noi ignora. E’ importante mettere in luce le caratteristiche del fenomeno migratorio che coinvolge le donne, per comprenderne le problematiche e coglierne anche le molte opportunità.Le donne migranti oggi sono spesso primomigranti, ossia partono da sole e per prime, non al seguito di mariti o per ricongiungersi ad essi, e breadwinner, termine inglese che indica la capacità di mantenersi e dare sostentamento ai familiari, nel paese d’origine o nel paese ospite, che le caratterizza. Dal punto di vista dell’impiego il lavoro domestico, e altre occupazioni storicamente femminili connesse alla cura, assorbono in maniera abnorme la quasi totalità delle immigrate: troviamo colf, badanti, infermiere, assistenti familiari e non dimentichiamo il fenomeno della prostituzione, con i suoi risvolti di sfruttamento quando di non vera e propria schiavitù. Le donne immigrate sono quindi a rischio di una tripla discriminazione che si fonda, oltre che sul fatto di appartenere al genere femminile, sulla loro nazionalità e le condizioni di classe e occupazione cui sono assoggettate. D’altra parte proprio per la tipologia di impiego che prevalentemente svolgono sono accettate più facilmente degli uomini. Dal punto di vista del lavoro, organizzano efficaci reti di collocamento con le connazionali, ma in alcuni casi vere e proprie reti di sfruttamento (pensiamo al fenomeno delle maman nell’ambito della prostituzione). Sono imprenditrici etniche (pensiamo al settore della ristorazione o dell’artigianato) ma in quanto donne più esposte allo sfruttamento occupazionale o a situazioni di ricatto maschile. Se escludiamo il fenomeno della prostituzione hanno sicuramente un tasso di criminalità più basso rispetto ai connazionali di sesso maschile e una capacità di mescolamento più alta degli uomini (in 3 matrimoni misti su 4 è una donna straniera che sposa un uomo italiano). L’ambiguità più grande si consuma nelle famiglie in cui svolgono quei ruoli un tempo affidati esclusivamente a noi, in quanto mogli e madri: accadimento di bambini, anziani e non-autosufficienti; pulizia e cura della casa. In un paese in cui non esiste un welfare che si faccia realmente carico dei problemi di conciliazione e che offra servizi efficaci per le famiglie la nostra emancipazione, sempre più frequentemente, passa attraverso l’indispensabile presenza di queste donne. Arrivate nel nostro paese, come in altri, sono donne che, dal punto di vista della vita di relazione, vivono in bilico tra la possibilità di emanciparsi dall’autorità maschile, sia essa paterna o coniugale, e la difficoltà di realizzarla davvero, come ci raccontano i tanti fatti di cronaca che conosciamo; o che, è questo il caso delle badanti, si portano dietro una pesante lacerazione affettiva che scaturisce dall’avere famiglie spezzate e vivere esperienze di solitudine temperate dalla sola solidarietà tra connazionali. E tuttavia dal punto di vista sociale le donne immigrate sono, più degli uomini, straordinarie tessitrici di rapporti tra comunità, tra quella d’origine e quella emigrata, tra quella del paese ospite e quella degli immigrati. Ed è forse questo un aspetto sul quale far leva per favorire quella iterazione (si badi, non integrazione, parola abusata e svuotata del suo significato ormai) tra italiani e stranieri di cui sentiamo il bisogno in un momento in cui si cerca, demagogicamente, di esaltare le differenze, le difficoltà, i pericoli, in una parola la paura. Le migrazioni ci riguardano. I migranti sono attori intraprendenti per il paese d’origine e per il paese ospite. Sono una risorsa, non un peso; un’opportunità, non un problema. Le donne possono esserlo particolarmente. Con la nostra partecipazione alla mobilitazione del 1 marzo a Sassari abbiamo voluto testimoniare anche questo.

per noiDonne 2005
M.Francesca Fantato

1 commenti:

asando ha detto...

Le migrazioni ci hanno sempre riguardato. E non possiamo dimenticare le Vedove Bianche italiane, esempi di resistente pazienza, testimonianza nazionale messa a tacere per paura, per ignoranza.
clementina s.

7 marzo 2010 11:31

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